Thy Womb - la recensione del film di Brillante Mendoza

06 settembre 2012
3.5 di 5

Una storia d'amore anomala e commovente, mascherata e annegata dal regista filippino dentro una cornice da documentario etnografico.



Beniamino della critica cinefila hardcore internazionale - nonché dei maggiori festival mondiali, che fanno a gara per non farsi mancare mai un suo film - Brillante Mendoza è un uomo di cinema di talento ma anche ostico ed estremo. Dopo aver tentato una parentesi più “spettacolare” (e qui le virgolette son d’obbligo) con il Captive interpretato da Isabelle Huppert e visto alla Berlinale, il filippino torna alle origini del suo cinema e alle sue radici.

Thy Womb, infatti, è tutto calato dentro al microcosmo dell’etnia badjao, chiamata “la popolazione zingara del mare”, all’interno della comunità di baracche e palafitte dell’isola di Tiwi Tiwi. Lì vive una donna che è anche l’ostetrica della sua gente e che, per ironia della sorte, non può avere figli: e, proprio per questo motivo, accetta che il marito cerchi una seconda moglie per dargli un erede.
Mendoza si guarda bene dall’allargare questo canovaccio, dal contaminarlo con le drammaturgie che un qualsiasi autore occidentale vi avrebbe costruito sopra, dal dargli una predominanza contenutistica.
Al contrario lo maschera e lo annega nel racconto di una quotidianità comunitaria che, nella sua vagamente estenuante dilatazione, assume la valenza di un documentario etnografico sugli usi e i costumi dei Badjao e una riflessione sui tempi e i cicli di un vita anacronistica e affascinante.

Se da un lato Mendoza dimostra di avere un occhio fotografico e cinematografico non comune, inanellando bellissime e studiate inquadrature a dettagli frutto del caso e dell’improvvisazione sul set del tutto reale sul quale ha lavorato, dall’altro sembra voler riproporre una cifra narrativa improntata alla selezione naturale dello spettatore, alla volontà di mettere alla prova il suo spirito di sopportazione. Contrariamente a quanto avvenuto nei suoi film precedenti, però, in Thy Womb riserva a chi lo segue fino in fondo una sorta di premio fatto di pura emozione.

Da metà film in avanti, infatti, Mendoza lascia che germoglino, con i ritmi lenti della Natura e del mondo che racconta, i semi narrativi gettati in precedenza, per arrivare a un finale dove, sul volto sempre compassato della protagonista (la diva filippina Nora Aunor) si dipingono progressivamente umiliazione e orgoglio, dolore e speranza, frustrazione e dignità.
Emozioni frutto delle estreme conseguenze di una scelta d’amore che annienta e sconvolge. Emozioni che Thy Womb è in grado di trasmettere con grande intensità e massimo pudore.


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  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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