Thor - la recensione del film

20 aprile 2011
3.5 di 5
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La Marvel dei fumetti, diventata un'autonomia produttiva (anche se di proprietà Disney), opera scelte di marketing mascherate da scelte editoriali come quella di lasciar dirigere Thor ad un autore europeo di spessore come Kenneth Branagh.

Thor - la recensione del film

Thor - la recensione del film di Kenneth Branagh

Cosa determina il successo o l'insuccesso di un supereroe al cinema? Sono le domande più banali che richiedono affinate strategie di marketing. Ad oggi un'idea al riguardo gli studios di Hollywood se la sono fatta. La Marvel dei fumetti, diventata un'autonomia produttiva (anche se di proprietà Disney), opera scelte di marketing mascherate da scelte editoriali come quella di lasciar dirigere Thor ad un autore europeo di spessore come Kenneth Branagh. Soltanto con il suo nome accanto, il progetto desta un immediato interesse che va oltre il target adolescenziale del film. Ai teenager basta un'infarinatura del personaggio, il 3D e il merchandising. I fan dei fumetti lo vedranno in ogni caso mentre agli altri basterà pensare che se Kenneth Branagh l'ha diretto, il Re Odino e suo figlio Thor devono evidentemente avere qualche valido dramma in corso con richiami shakespeariani. La strategia funziona, infatti nella presente recensione di un fumetto su di un immortale Dio del Tuono, creato nel 1962 e basato sulla mitologia nordica, è appena stato nominato Shakespeare. Senza Branagh non sarebbe accaduto.

Non c'è niente del Bardo inglese in questo Thor, ma tra le mani di Branagh il film non deraglia. C'erano molti modi di sbagliare questo adattamento, come dice lo stesso regista, e il pensiero si sposta subito verso i due diversi Hulk che hanno disatteso le aspettative della Marvel (anche se quello di Ang Lee resta un'opera di pregio). Thor è un dio, un immortale, figlio di Odino re di Asgard, bandito dal regno perché indegno di succedere al padre. Niente di più lontano da Iron Man che con spudoratezza e autoironia aveva trovato una sintonia con il pubblico. Kenneth Branagh sa di trattare un fumetto e con rispetto lo maneggia, conscio del fatto che le tragedie greco-romane siano altrove, ma il tema classico è pane per i suoi denti: gelosia, arroganza, tradimento, ambizione.

Thor non è un film sbagliato. La storia è elementare e non pretende di essere altro, il regno di Asgard ricreato in computer graphica si accosta alle migliori tavole fantasy contemporanee, Anthony Hopkins non è un ridicolo Odino come si temeva dalle prime immagini, Natalie Portman è una scienziata credibile e anche l'australiano Chris Hemsworth sembra nato per essere Thor (il problema per lui sarà uscirne). Chi emerge su tutti, però, è Tom Hiddleston nella parte del fratello Loki, un attore dall'indubbio talento portato nel cast da Branagh, altro merito del regista. Il 3D non guasta in modo particolare per gli effetti speciali che, tra scariche di tuoni e fulmini, ne fanno un film elettrostatico. Insomma, alla domanda “perché Kenneth Branagh dirige Thor?”, la risposta arriva dopo averlo visto con un'altra domanda: perché no?
 



  • Giornalista cinematografico
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