This Must Be the Place - la recensione del film di Paolo Sorrentino

20 maggio 2011
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Cheyenne non è una rock star dark ritiratasi da vent'anni dalle scene. È un folletto, un alieno (soprattutto a sé stesso), una figura eterea e fragile che viaggia a frequenze e ritmi del tutto differenti dal mondo che lo circonda e che attraversa.

This Must Be the Place - la recensione del film di Paolo Sorrentino

This Must Be the Place - la recensione del film di Paolo Sorrentino


Cheyenne non è una rock star dark ritiratasi da vent'anni dalle scene. È un folletto, un alieno (soprattutto a sé stesso), una figura eterea e fragile che viaggia a frequenze e ritmi del tutto differenti dal mondo che lo circonda e che attraversa. Che attraversa alla ricerca del nazista odiato dal padre, ebreo finito in un campo di concentramento, e - come in ogni storia on the road che si rispetti - di qualcosa di più ampio e profondo di quello.

Uno dei grandi fascini di This Must Be the Place risiede proprio nell'aver vinto una delle sue scommesse più difficili, quella di raccontare con equilibrio ed efficacia un personaggio a rischio come quello interpretato da un bravo Sean Penn.
Perché il suo essere così estraneo ed estraniato rispetto ad ogni contesto rispecchia motivazioni iconografiche e narrative, rende le cose intriganti, è metafora chiarissima della fragilità di certi sentimenti e certi modi di essere (nel mondo) che (nel mondo di oggi) ci appaiono bizzarri e folkloristici cimeli del passato, coccolati ancora solo da nuove generazioni di outsider.

Nega di essere alla ricerca di sé stesso, Cheyenne, e probabilmente ha ragione a farlo. Perché lui, Peter Pan burtoniano prigioniero volontario di un'infanzia che non ha mai abbandonato, non si cerca.
Ma trovando l'uomo le cui tracce ha seguito attraverso gli Stati Uniti (un uomo con cui, in maniera del tutto non casuale, condivide un cognome fasullo), ritroverà un padre che aveva abbandonato, il coraggio di uscire dai tunnel in cui si era chiuso da ragazzino. Accendendo una sigaretta, di indulgere nell'unico vizio che non l'aveva mai attratto, perché “i bambini non sono attratti dal fumo”: e quindi di diventare grande. Fino ad una trasformazione finale che - per chi scrive, e proprio in virtù di quanto detto finora - ha il retrogusto amaro di una normalizzazione non necessaria.

Scrive per la prima volta assieme a un altro sceneggiatore, Paolo Sorrentino, e si sente. In This Must Be the Place c'è uno sguardo più speranzoso e conciliato rispetto alla sua precedente filmografia, i toni caustici sono ammorbiditi, l'amarezza presente ma prontamente addolcita. Rimagono invariate, invece, le cifre stilistiche - visive, fotografiche, musicali e sonore - che fanno del napoletano uno dei migliori esponenti del cinema di casa nostra e non solo.
E This Must Be the Place rimane un film ricco di momenti alti, capace di colpire emotivamente: anche e forse soprattutto nei momenti in cui la levità elfica del suo protagonista si trasforma in contenuta ma disperata rabbia. Come quando Cheyenne urla il suo dolore in faccia ad un basito David Byrne.
Ma è anche un film con alcune ombre, pur sottili: ombre di una (in)completezza evanescente, impalpabile e programmat(ic)a, di un scrupolosità quasi ossessiva.

"It’s not true, but it’s kind of you to say it", ripete spesso Cheyenne nel film. In qualche modo, obliquamente e con parafrasi, lo si potrebbe dire anche a Paolo Sorrentino.

This must be the place
Il trailer italiano del film di Paolo Sorrentino


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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