This is England - la recensione del film di Shane Meadows

25 agosto 2011
3.5 di 5
12

L’inglese Shane Meadows è uno di quei registi che, per le bizzarre e imperscrutabili dinamiche distributive italiane, è sempre rimasto lontano dalle nostre sale...

This is England - la recensione del film di Shane Meadows

This is England - la recensione

Nonostante proprio questo film abbia vinto il Premio Speciale della Giuria al Festival di Roma del 2006, e nonostante il Torino Film Festival l’abbia recentemente ospitato per ben due volte (nel 2008 con Somers Town, nel 2009 con Le Donk & Scor-zay-zee, l’inglese Shane Meadows è uno di quei registi che, per le bizzarre e imperscrutabili dinamiche distributive italiane, è sempre rimasto lontano dalle nostre sale.
Ora, pur vecchio di quattro anni, arriva nei cinema uno dei suoi titoli più celebrati, This is England: ed è un bene sia per la qualità assoluta del film che per la sua stringente attualità.

Apparentemente semplicissimo, stilisticamente vicino al naturalismo di colleghi e compatrioti come Ken Loach e Mike Leigh, eppure al tempo stesso più elettrico e costruito, quello di Meadows è un film che nasconde invece delle strutturate complessità, e che è capace di proporle attraverso un approccio decisamente viscerale.
Sarà anche perché la storia del 12enne protagonista del film è stata un po’ quella del regista, in gioventù anche lui skinhead e per un periodo pericolosamente vicino al flirt con la violenza e l’aberrazione politica, ma le capacità di scrittura esistono e non di discutono.

This is England è allora un film personale, una storia di formazione che passa in modo particolarmente complesso e traumatico dall’infanzia all’adolescenza nel corso di un’estate tumultuosa, ma al tempo stesso è anche un importante documento storico (i montaggi iniziali e finali raccontano l’Inghilterra dei primi anni Ottanta come e meglio di tanti documentari) e una non banale riflessione socio-antropologica della cultura skinhead e delle sue pericolose deviazioni fasciste.
È chiaro, allora, che forse più del piccolo Shaun interpretato dall’esordiente Thomas Turgoose, il vero protagonista della storia è il Combo di un’intenso Stephen Graham, il leader violento e (per alcuni) carismatico che dividerà un gruppo di skinhead “originali” attraverso l’introduzione ossessiva e forzata delle ideologie razziste e ultranazionaliste degli skin di estrema destra che ha introiettato nel corso di tre anni e mezzo trascorsi in carcere.

Meadows è comunque troppo intelligente per diventare manicheo o semplicista. Indica il male in tutta la sua ottusa e violenta idiozia, non fa sconti ai piccoli politicanti che ricordano certi leghisti di casa nostra, ma, in un finale disturbante e concitato, mette a nudo tutte le fragilità, le crepe che hanno permesso alla cancrena di diffondersi.
E se non conosciamo la sorte di Combo, lo sguardo fisso in macchina di Shaun pare attendere da noi la risposta a interrogativi morali più sfumati e complessi di quanto solitamente amiamo pensare.




  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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