The Zero Theorem - la recensione del film di Terry Gilliam

02 settembre 2013
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Non si può amare il cinema e non voler bene a Terry Gilliam. Non foss'altro per la sua donchisciottesca testardaggine, per la sua determinazione nell’inseguire i suoi sogni e realizzare i suoi progetti, indipendentemente da quanto debba lottare contro la sfortuna o per ottenere i necessari finanziamenti.

The Zero Theorem - la recensione del film di Terry Gilliam

Non si può amare il cinema e non voler bene a Terry Gilliam.
Non foss’altro per la sua donchisciottesca testardaggine, per la sua determinazione nell’inseguire i suoi sogni e realizzare i suoi progetti, indipendentemente da quanto debba lottare contro la sfortuna o per ottenere i necessari finanziamenti.
Ma, proprio perché a Terry Gilliam gli si vuol bene, non si può far finta di non vedere che il suo cinema sembra incastrato in mezzo ad ossessioni e fissazioni che gli fanno vivere un eterno passato.

Bastano pochi minuti per capire che The Zero Theorem è più che debitore all’estetica e ai personaggi di Brazil, che le riflessioni filosofiche sul senso dell’esistenza sono più o meno le stesse lì declinate e che il rapporto del protagonista Christoph Waltz con il personaggio di Mélanie Thierry ricalca molte delle dinamiche che furono di Willis e Stowe ne L’esercito delle 12 scimmie e che altri rivoli tematici arrivano da quelli già di seconda mano del più recente Parnassus.

In un mondo grottesco e deformato dagli abituali grandangoli, dove la metropoli distopica del film con Jonathan Price viene arricchita da sfumature tardive alla Blade Runner e da quel fluo anni Ottanta che è tornato prepotentemente di moda, Gilliam racconta l’ennesimo personaggio paranoide e vagamente schizofrenico rispetto ad una società massificata e totalitaria, e gli affida riflessioni non da poco sul senso dell’esistenza affogate (ma non troppo) dai barocchismi visivi del regista.

Dilaniato e paralizzato da fobie contrastanti, anelante alla solitudine ma desideroso di contatto umano, tanto da riferirsi a sé stesso in prima persona plurale, il Qohen Leth di Waltz percorrerà un difficile percorso che lo porterà alla rivalutazione della propria individualità solo dopo aver imparato nuovamente a connettersi, con modalità rinnovate, con gli altri. Perfino a costo della rinuncia all’utopia sentimentale e amorosa. È questo, in fondo, l’unico punto interessante di The Zero Theorem, non di certo nelle dichiarazioni stantie sul carpe diem, o la dialettica tra logica e fede, o l’accettazione dell’insensatezza come unica chiave per dare senso.

È un film stanco, The Zero Theorem, che dietro la baraonda delle immagini nasconde quasi un volto rassegnato e cupo. Come se anche l’inesauribile Gilliam nasconda dietro il suo eterno sorriso un cuore amaro e amareggiato. Forse, più che da ogni altra cosa, dalla sua difficoltà nello stare al passo coi tempi.





  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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