The Yellow Sea: la recensione del thriller di Na Hong-jin

11 marzo 2021
4 di 5

Il secondo film della trilogia firmata dal regista coreano Na Hong-jin è un noir a tinte foschissime, dove alla violenza più efferata e all'azione adrenalinica si unisce in maniera quasi invisibile una dolenza sentimentale struggente. Disponibile in streaming su Amazon Prime Video. La recensione di Federico Gironi.

The Yellow Sea: la recensione del thriller di Na Hong-jin

Gu-nam è un tassista pieno di debiti; e i soldi li deve, come al solito, a gente poco raccomandabile. Ma non è solo per questo che accetta la proposta di Myun, un gangster locale, quella di uccidere un uomo per lui. La accetta anche, e forse soprattutto perché, farlo significherebbe avere l'opportunità di ritrovare la moglie che l'ha abbandonato. Perché Gu-Nam è un Joseonjok: un sino-coreano (e non un sino-cinese, come si dice nell'assurdo doppiaggio italiano del film), un appartenente a uno dei 56 gruppi etnici riconosciuti dalla Cina, uno che parla due lingue, e che sta a metà tra due mondi, senza avere piena cittadinanza in nessuno dei due. Sua moglie era fuggita in Corea, e proprio lì sta l'uomo che Myun gli ha chiesto di ammazzare.

Una delle cose incredibili di The Yellow Sea - che è un thriller tesissimo e a tinte foschissime, perché Na Hong-jin è uno che non è abbia proprio una visione allegrissima del mondo - è come riesce a intessere tutto il suo racconto, in maniera quasi invisibile, come un filo nascosto di andersoniana memoria, di una dolenza sentimentale struggente, di una malinconia capace di andare ben oltre lo sguardo smarrito del suo protagonista (un bravissimo Ha Jung-woo), killer per caso che finisce al centro di un intrigo ben più grande di lui, in una trappola in cui era stato attirato grazie alla sua disperazione, e alla sua condizione di reietto. Già, perché una volta in Corea, Gu-nam scopre che c'è qualcun altro che ha come bersaglio il suo stesso uomo, e lui si ritroverà braccato da questi inaspettati rivali, dalla polizia e pure dai suoi mandanti, che nel frattempo torneranno in scena. 
La trama è intricata, ma non è mai pretestuosa. E nel finale ecco che i nodi si scoglieranno tutti, rivendicando la natura intimamente sentimentale di una vicenda spietata e violentissima: perché, pur contando su momenti di dilatazione mai troppo rarefatti, The Yellow Sea è uno di quei film in cui si sentono frasi come “Buttate via le teste e date il resto ai cani”, in risposta a domande come “Capo, cosa ne facciamo dei corpi?”.
È come se, nel suo film, Na abbia fatto convergere Il fuggitivo, Collateral, e l’epica criminale e sentimentale scorsesiana dei Goodfellas, tanto per fare facili esempi di quel cinema occidentale meglio noto ai più, ma di fronte al quale certo cinema orientale non ha alcun timore reverenziale.

Rispetto al precedente The Chaser, più concentrato e nitido, The Yellow Sea si concede qualche lungaggine di troppo, ma lo fa nel nome di un disegno più ampio e complesso, che sfiora tematiche politiche (capaci tornare anche nel successivo Goksung - La presenza del diavolo dove al tema dell’apolidismo dei reietti Joseonjok e delle loro migrazioni clandestine viene sostituito quello, ancora più attuale della paura dello straniero) senza che queste divengano inutili o appesantiscano un racconto che rimane sempre e primariamente legato alle vicissitudini di un protagonista, e alle sue dolenze umane e sentimentali. La complessità sta anche nella messa in scena: la regia di Na si fa sempre più elaborata, capace di cambi di stile e di ritmo, passando da eleganti fasi di attesa ad altre dove il nervosismo della macchina da presa e il numero di inquadrature e tagli di montaggio sfiora il parossisimo.
Quel che rimane invariato, e lo sguardo di un regista capace di ritrarre senza compromessi o ruffianerie la cupezza dei mondi che racconta, la solitudine e lo smarrimento dei suoi personaggi, e la loro straordinaria e inesorabile violenza, che nasce in egual modo dalla rapacità avida, così come dalla disperazione e dalle ferite dell’anima. E un finale che di certo non si apre alla speranza, alla possibilità di un ritorno, relegate entrambe in quel terreno immateriale fatto di sogno e immaginazione.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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