La recensione di The Wrestler, l'acclamato film con Mickey Rourke

02 marzo 2009
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Acclamato dalla critica di mezzo mondo fin dalla sua presentazione al Festival di Venezia del 2008, esce finalmente nelle sale italiane il film che ha segnato la resurrezione artistica di Mickey Rourke è che ha fatto dimenticare il precedente film di Aronofsky, quel pasticciaccio brutto di The Fountain.

La recensione di The Wrestler, l'acclamato film con Mickey Rourke

The Wrestler - la recensione

 
Due cose colpiscono immediatamente di The Wrestler. La prima è che il regista ha messo da parte le particolarità dello stile registico adottato finora per girare in maniera quasi lineare e classica.
La seconda è che la storia del wrestler Randy “The Ram” Robinson (interpretato dall'osannato  Mickey Rourke) pare assai simile come toni e situazioni a quella del recente Rocky Balboa. E che i personaggi protagonisti – così come gli interpreti – dei due film giocano positivamente con un patetismo di stampo etimologico.

Randy ha passato da un pezzo gli anni migliori della sua carriera, la sua vita è un disastro, peggiora ancora quando dopo uno dei tristi match nei quali continua ad esibirsi viene colpito da un infarto e i medici gli pongono uno scomodo aut-aut: o smetti di combattere o muori. Randy prova a smettere di essere un wrestler e a diventare una persona normale: prova a lavorare, a stabilizzare il suo (non) rapporto con la spogliarellista interpretata da una sempre più discinta Marisa Tomei e a riallacciare quello con la figlia Evan Rachel Wood. Ma la vita non lo accetta. O forse è lui a non saper accettare la vita: e allora si abbracci l’unico destino possibile, quello del ring e delle sue conseguenze.
Già così il film di Aronofsky è nel complesso riuscito ed accettabile, storia di un uomo incapace di accettare chi è diventato e di rinunciare al sogno che ha di sé, ridotto all’essenza da cui era partito, l’essere un pezzo di white trash.


Ma c’è un’altra lettura della parabola di Randy, più profonda e collettiva, che rende The Wrestler ancora più interessante.
Nel suo esplicito e nostalgico richiamo agli anni Ottanta (indimenticabile un dibattito sulla presunta grandezza della musica di quegli anni, con Randy che esalta i Guns’n’Roses e maledice l’avvento sulla scena di “quel frocetto di Cobain”), nel suo legarsi ad uno sport/spettacolo tanto particolare come il wrestling, per via di alcune sfacciate metafore (Randy è un all American Boy, il suo ultimo match è contro un rivale noto come l’Ayatollah) e di un’ambientazione da America profonda, sembra quasi evidente che protagonisti del film siano gli Stati Uniti stessi. La loro società e la loro cultura.
Gli Stati Uniti che continuano a pensarsi grandi e irrinunciabili come nei reaganiani anni Ottanta, che non sanno più riconoscere sé stessi e gli altri, che non sono capaci di legarsi e farsi capire dalle nuove generazioni, che si suicidano metaforicamente (e purtroppo non solo) andando incontro ad un conflitto che li sta insanguinando nell’anima.
E allora diviene chiaro che The Wrestler è un film sull’America che ha cannibalizzato, distrutto e ucciso sé stessa nell’illusione di inseguire un sogno oramai impossibile.Esattamente quello che è avvenuto e che è ora sotto gli occhi di tutti "grazie" ad una crisi economica che è anche crisi di uno stile e di un modello di vita.




  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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