The Woman in Black - la recensione del film con Daniel Radcliffe

01 marzo 2012
2.5 di 5

Viene da essere arcaici parlando della casa errante immersa nella palude, un'atmosfera di sogno buio, oppressivo, di nebbia e rumori periferici che rappresentano gran parte, forse tutto, della Donna in Nero.


Questi fantasmi possono affliggere un intero villaggio ma lasciano comunque a Daniel la possibilità di diventare adulto. Viene da essere arcaici parlando della casa errante immersa nella palude, un'atmosfera di sogno buio, oppressivo, di nebbia e rumori periferici che rappresentano gran parte, forse tutto, della Donna in Nero.
Nonostante l'isolata Eal Marsh House faccia trasalire tutti quelli che abitano nei dintorni, Arthur Kipps (Daniel Radcliffe) deve recarsi lì per una questione legata all'eredità di una defunta. E non può lasciarsi spaventare dai segnali poco incoraggianti che continuano a inseguirlo perché, se perde questo lavoro, non avrà un'altra occasione. Deve restare e capire chi è la maledizione e come placarla.

Arthur ha le labbra sottili, sempre serrate, gli occhi tristi e limpidi, prende paura per gran parte del film, ma senza urlare mai. E resiste. Incentrata su di lui la storia di spettri, molto classica, diretta da
James Watkins ha il limite e la certezza del tempo antico. Il mistero scritto da Susan Hill nel 1982, fatto anche di colpe, vendette e fanciulli perseguitati, ha trovato per il grande schermo una cornice raffinata e invadente. Tutti gli elementi sono stati (ri)evocati, da lontano, dal gotico splendore di polvere, ombre, vento nelle fessure e cupe melodie. Senza essere rimasticati o decorati di contemporaneo i luoghi restano isolati nella brughiera, la dimora rasente a un cimitero, e l’apparizione ancora vestita di tulle e velo nero. Un nuovo vecchio stile, bello e prevedibile. 

Stregati dall’epoca vittoriana e da una casa su un lembo di terra abitabile col ritmo delle maree, seguiamo senza fretta la mente razionale dell’avvocato Kipps, imbarazzato più dagli sguardi nemici degli adulti, da quelli spenti dei bambini, che dalla sagoma fulminea della Donna in Nero. Lei fuori dalla finestra, dietro una porta chiusa o tra le bambole di porcellana crepata continua a cercare vendetta. E a fargli più che altro compagnia. La scelta di
Daniel Radcliffe, senza la divisa da studente, e fuori da Hogwarts, è sempre quella di un eroe del caso, ma non di un ostaggio (di Potter). Un personaggio adeguato e candido, adulto perché preoccupato di un figlio lontano, ma in realtà immobile nell’arcaico e solo (ad assisterlo c’è solo Ciarán Hinds).

Se di esperimento si può parlare, il ritorno del marchio
Hammer con The Woman in Black si inserisce nella tradizione malinconica. Una storia con accenti singolari per l’atmosfera, ma non per l’orrore, che allinea senza spiazzare, e chiarisce troppo presto della buona suspense, felicemente non repulsiva o sanguinolenta. Poco potente ma evocativo, e forse in grado di sconfiggere qualcuno dei vecchi fantasmi di Radcliffe.



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