The Witch: la recensione del film horror di Robert Eggers acclamato in tutto il mondo

18 agosto 2016
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Un esordio folgorante, un horror sottile e raffinato che ci mette di fronte all'oscurità inquietante della natura umana.

The Witch: la recensione del film horror di Robert Eggers acclamato in tutto il mondo

Andatevi a rileggere, oggi, qualche fiaba classica. Vi accorgerete che, spesso e volentieri, i veri mostri di quelle storie non sono gli orchi o le streghe, ma i genitori (biologici o meno) dei protagonisti, e che i veri orrori non si annidano nel sovrannaturale, ma nella naturalissima natura umana.
Robert Eggers questa cosa la sa benissimo, tanto che il suo primo corto era tratto da Hansel e Gretel (la storia dei Grimm dove due fratellini vengono abbandonati non una, ma ben due volte nei boschi dai genitori indigenti): e lo ha dimostrato ampiamente anche in The VVitch.

L'horror più (giustamente) acclamato degli ultimi anni, infatti, è una fiaba quasi archetipica. Un film che della dimensione della fiaba riprende la struttura, gli stilemi, i piani metaforici e le sottili crudeltà; un film che, pur basando tutto il suo assunto sul sovrannaturale del demonio e della stregoneria, racconta un orrore più angosciante e opprimente, che è quello di una famiglia capace di ferire, umiliare, sfruttare, ripudiare e rinnegare una figlia per via della fame (e ancora Hansel e Gretel, quindi) ma soprattutto della superstizione e della paranoia.

A rendere la fiaba di Eggers tanto magnetica e disturbante ci sono principalmente due fattori.
Il primo è il talento innegabile e cristallino di questo 33enne regista del New England, che si dimostra capace di raccontare una storia utilizzando sempre con rigore e perfezione tanto l'immagine quanto il sonoro, che sa sempre dosare i toni e i modi del racconto per tenere incollati allo schermo gli occhi dello spettatore, che ha costante consapevolezza di quando è necessario fermarsi e cedere alla tentazione dell'immagine in più, di un'inquadratura troppo sostenuta, di una parola di dialogo di troppo.
Ad aiutarlo, in questo, la splendida fotografia tutta a luce naturale di Jarin Blaschke, e le musiche bellissime e inquietanti di Mark Korven, oltre che un cast stepitoso.

Il secondo, invece, che poi è ancora farina del sacco di Eggers, è il fatto di aver calato la sua storia dentro la Storia.
Come anche ricordato da un cartello che chiude il film, The VVitch nasce da un lungo e attento lavoro di studio condotto dal regista e sceneggiatore del film e dai suoi collaboratori sulla vita nelle prime colonie americane del Seicento, e su tutto quello che era legato alla caccia alle streghe in particolare: al punto che molti dei dialoghi del film sono tratti dichiaratamente da quanto ritrovato su documenti dell'epoca: diari, atti pubblici, sentenze.
Da un lato tutto questo certosino e scrupoloso lavoro di ricerca (applicato poi anche a scenografie e costumi) serve a rendere l'esperienza di The VVitch così "reale"; dall'altro, di conseguenza, lo fa ancora più efficace nel racconto degli orrori umanissimi che contiene.

Dal primo minuto, dalla prima scena, il film di Eggers scivola implacabile e inesorabile verso la sua conclusione, procedendo senza accelerazioni inutili né sobbalzi fasulli sul morbido e vellutato falsopiano del suo congegno narrativo. Lungo la strada, quasi ipercettibilmente, diminuiscono i personaggi e crescono le angosce e le inquietudini, si moltiplicano le ambiguità volute, si rabbrividisce nel profondo, anche di fronte alla liberazione gioiosa, estatica e satanica del finale; che è (forse) vittoria per un singolo, ma sconfitta per tutti gli altri: genitori e figli, famiglie e società, filosofia e religione, dèi e umani.
E anche per noi.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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