The Watchers - Loro ti guardano: recensione del film di Ishana Night Shyamalan

06 giugno 2024
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Figlia di cotanto padre, la regista - qui al suo primo lungometraggio - cerca di percorrere il sentiero familiare in maniera vagamente personale, ma il risultato è comunque un po' deludente, e il film rimane un involucro vuoto. La recensione di The Watchers di Federico Gironi.

The Watchers - Loro ti guardano: recensione del film di Ishana Night Shyamalan

Quando la Mina di Dakota Fanning e gli altri tre protagonisti di The Watchers si mettono, notte dopo notte, davanti alla grande finestra del loro Covo, affinché dall’esterno gli Osservatori che danno il titolo al film possano guardarli, per loro è come stare davanti allo specchio. Quell’enorme vetrata funziona così, come nelle sale dei confronti all’americana o degli interrogatori nei film polizieschi americani: dall’altra parte si vede solo stando fuori; da dentro, quel vetro è uno specchio.
È tutt’altro che un dettaglio, questo. Molto più di una scelta scenografica di un certo qual effetto visivo. È qualcosa che dice molto, moltissimo, forse addirittura tutto. Non solo sulle creature misteriose e pericoloso che stanno fuori e osservano, ma in fondo anche sui personaggi, e ancora di più su quello che ci vuole raccontare Ishana Night Shyamalan in questo suo primo lungometraggio.

In realtà, non è che tutto abbia un senso, in The Watchers. A partire dal fatto che la nostra Mina si ritrova in quella foresta misteriosa e minacciosa, da fiaba dei Grimm, in una maniera del tutto illogica: si perde guidando da Galway a Belfast, con tanto di navigatore, mentre deve portare un raro pappagallo (hint, hint) dal negozio di animali dove lavora fino a uno zoo che l’ha richiesto. Per non parlare di certe incongruenze logico-razionali che riguardano struttura e costruzione del Covo stesso (la struttura in cemento e con finestrone che ospita, la notte, i nostri protagonisti) e certi risvolti della trama, specie quando si arriva alla conclusione. Perché va bene la sospensione dell’incredulità, ma c’è un limite a tutto. Specie se la sospensione deve avvenire di fronte a un film che appare un po’ esile e incerto.
Inutile dire che Ishana abbia il cinema del padre - che qui le è stato accanto da bravo produttore - come chiaro punto di riferimento, ma che non sempre il talento si tramanda interamente col sangue.

Non è che manchino momenti e spunti intriganti, in questo film che fa venire in mente Lost. Non che è Shyamalan figlia non sia mai capace di costruire un’atmosfera di tensione e mistero. Il punto è che, quando si arriva al dunque, quando bisogna dare una qualche forma di spiegazione, e prima ancora quando, inevitabile, è l’esplicitazione della natura degli Osservatori, della loro forma, delle loro motivazione, è difficile non avvertire la sensazione del soufflé che si ammoscia drammaticamente e senza scampo, come in quella famosa scena di Sabrina di Billy Wilder.

Resta, allora, come si diceva, la questione dello specchio, del riflesso, del doppio. Del pappagallo, se volete. Perché come ogni giovane protagonista che si rispetti, Mina mica è una ragazza spensierata, no: ha il suo bel trauma che si porta appresso da anni, legato alla morte della madre. È una che gioca esplicitamente, prima di finire nella foresta degli Osservatori, a camuffare la vera sé stessa, a nascondere la sua identità. È una che dentro si sé sente di essere un po’ buona, sì, ma forse soprattutto un po’ cattiva, per via del senso di colpa e chissà cos’altro. E allora, è chiaro che mentre è guardata, Mina in realtà guarda sé stessa. Che c’è un collegamento quasi identitario, tra lei e gli Osservatori. Che la sua natura duplice, come quella di tutti gli esseri umani (un po’ buoni un po’ cattivi, lo dice Mina stessa a un certo punto, correndo in aiuto dei più distratti) sarà specchio di qualcos’altro.
Non vi aspettate però che sia qualcosa di particolarmente profondo, né che abbia un gran senso.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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