The Village, la recensione del complesso film di M. Night Shyamalan

01 aprile 2020
4 di 5

Venduto come un horror, The Village di Shyamalan è una parabola su necessità, limiti e speranze della società umana.

The Village, la recensione del complesso film di M. Night Shyamalan

Pennsylvania, XIX secolo: un piccolo isolato villaggio americano vive circondato da una foresta popolata da minacciose creature. Rispettando dei rituali, si cerca comunque di mantenere una convivenza pacifica, tanto che nell'atmosfera rurale sta per sbocciare l'amore tra la delicata ragazza non vedente Ivy (Bryce Dallas Howard, al suo esordio) e il taciturno fabbro Lucius (Joaquin Phoenix). Sarà proprio Lucius, non volontariamente, a spezzare l'equilibrio che gli anziani del paese hanno cercato per così tanto tempo di garantire...

Nella filmografia di M. Night Shyamalan, The Village (2004) è stato il primo vero lavoro a suscitare perplessità in una parte del pubblico che l'aveva sostenuto sin da Il sesto senso. Che le etichette di genere stessero strette a Shyamalan era diventato peraltro sempre più evidente, film dopo film: le sceneggiature di Unbreakable e Signs cercavano sempre più di usare convenzioni narrative dell'horror thriller ed escamotage magari anche "furbi", come cavallo di Troia per riflessioni stimolanti sull'essere umano e sui suoi limiti, tra vita e aldilà, tra individualismo e responsabilità pubbliche. Tutto questo esplode definitivamente in The Village, tanto che ci fu già chi, irritato, parlò di supponenza e imbarazzante "trombonaggine" del regista di origini indiane.

The Village parte come idilliaco e retorico ritratto d'ambiente, con contorno di fiaba gotica, per poi prendere una direzione spiazzante in cui si sente il retrogusto di Ai confini della realtà e Storie incredibili: sin dalla prima visione, ci sembrò però che Shyamalan usasse i mezzi della manipolazione dello spettatore non per stupirlo in modo fine a se stesso, ma per uno scopo più alto. Senza addentrarci in uno spoiler esplicito, parliamo di temi. Dopo aver visto il film, ciò che vi appare nel nostro testo un po' criptico dovrebbe avere senso. Innocenza, religione e credenze, nostalgia, progresso: sono concetti che ci affollano la mente durante la visione, tutti collegati.
L'innocenza è quella della tenera coppia formata da Ivy e Lucius. Paradossalmente il mantenimento della loro purezza, di cui gli anziani vanno fieri, è però subordinato al mantenimento di una struttura di religioni e credenze, un vero oppio dei popoli. Un oppio necessario, di cui l'essere umano non può fare a meno per alleviare il dolore dell'esistenza? O un inganno crudele, che ci fa provare pena per chi ne subisce la gabbia? Shyamalan non risponde: dispone le sue pedine, ci illustra il discorso, ci stimola con una domanda, ci lascia con il peso di una risposta. Quel linguaggio lirico e retorico senza tempo tra Lucius e Ivy ci irrita o ci proietta in un distacco che invidiamo?

Nostalgia e progresso. L'idea che nella tradizione e nel passato sia la purezza che il progresso sempre distruggerebbe. Il tempo che passa non è solo distruttore, perché sa anche trasformare nei secoli, non dovremmo mai dimenticarlo, immani tragedie in contrattempi, auspicabilmente per renderci pronti a sfide nuove. Nessuna vita da quando esiste la civiltà è mai stata senza problemi, ma è troppo facile dimenticarlo. Con una certa spietatezza, Shyamalan individua in una mente intellettuale (Edward, interpretato da William Hurt) l'inseguimento di questa utopia astratta imposta agli altri, ma - attenti - ancora una volta non si spinge fino a condannarne l'operato. Lo tratta come tratta noi, lo lascia a prendere nuove decisioni, per portare avanti la sua ricetta, magari con la responsabilità accresciuta, di mediare tra la cruda realtà e il bisogno disperato di un senso che Dio "o chi per lui" (come cantava Lucio Dalla) sembra averci lasciato a fabbricare per noi stessi. Da zero, a tentoni. Ciechi, come Ivy.

Sì, The Village è un'opera molto ambiziosa ed anche ambigua, ma è nell'ambiguità che ci sembra riesca a toccare profondamente, se proprio non si voglia essere per oscuri motivi rabbiosi contro questo autore. Non è abbastanza umile? Difficile esserlo quando hai a disposizione un direttore della fotografia come Roger Deakins, attori come Phoenix e Howard nella scena del portico, e le musiche di James Newton Howard con il violino solista di Hilary Hahn che mette i brividi (la fuga nella botola ci strappa ancora le lacrime dagli occhi). D'accordo, cerchiamo difetti: il ralenti in postproduzione a scatti in un paio di sequenze puzza di fiction tv di bassa lega, stona. O ancora: una decisione fondamentale è dura da digerire, perché strategicamente autodistruttiva (però è presa da Edward, personaggio che vive della dimostrazione intellettuale, quindi è meno forzata di quanto sembri). Ecco, ci siamo sforzati di trovare qualcosa da ridire su The Village. Che fatica.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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