The Transporter Legacy: recensione del film che reboota la saga di Frank Martin

22 settembre 2015
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Arriva Ed Skrein al posto di Jason Statham, rimangono in giro macchine e belle donne.

The Transporter Legacy: recensione del film che reboota la saga di Frank Martin

Non è per dare contro agli attori in carne e ossa, ma la vera protagonista di The Transporter Legacy è la macchina.
Non perché è lo stesso pressbook a definirla “la regina del film”, né perché non bisogna essere feticisti dell'automobile per affermare che l'Audi A8 di Frank Martin ha più personalità dell'Ed Skrein che interpreta chi la guida ed è più sensuale delle stampellone che nel film animano le vicende con i loro piani di vendetta contro un perfido magnaccia russo. La vera protagonista è la macchina perché il film che reboota il personaggio reso celebre da Jason Statham è davvero vivo e dinamico solo quando in scena c'è lei.

Sue sono le scene più riuscite: come quella di un inseguimento che culmina nell'apertura delle bocchette di quattro idranti tramite una millimetrica sbandata controllata dell'A8, in una rotonda sul lungomare della Costa azzurra; o come quella nella quale Frank prende a mazzate una serie di cattivi di nero vestiti, camminando davanti al suo bolide lasciato scivolare in avanti in folle - le tre stampellone di turno all'interno, starnazzanti - per poi saltarvici dentro dal tettuccio apribile; o quella in cui finisce a passeggiare per gli interni dell'aeroporto di Nizza.

Certo, la macchina funziona anche per/grazie a Skrein, ma è pur vero che il ragazzo fa un po' poco nel film, a parte menare le mani di quando in quando e avere comunque sempre l'aria del cane un po' bastonato: perché sono le stampellone, quelle che fanno le cose e hanno il controllo della situazione, sempre, nel chiaro tentativo di fare di The Transporter Legacy un film magari non femminista, ma che vuole ribaltare un po' di stereotipi di genere. Tanto da fare del giovane Frank un ragazzo che, pur storcendo la bocca (si deve mantenere un po' di facciata, via), si prende cura del papà ex agente segreto andato in pensione.

Se l'A8, di The Trasporter Legacy, è la regina, Ray Stevenson ne è una sorta di principe consorte. L'inglese, chiamato a fare da padre al trasportatore, mette su l'aria sbarazzina degli 007 di Roger Moore e l'abbina al sarcasmo petulante dello Sean Connery che faceva il papà di Indiana Jones, fungendo da alleggerimento comico attraverso i suoi battibecchi col Frank Jr. e i suoi tentativi di seduzione delle stampellone: che vanno inevitabilmente a buon fine.

Tutto il resto, più o meno, è riempimento.
Un riempimento comunque dinamico per quanto mai atletico e performativo, e basato su quell'assoluto sprezzo della sceneggiatura che solo un prodotto targato EuropaCorp e Luc Besson può prendersi il lusso di avere e perseguire con diabolica determinazione, tra ferite mortali che guariscono dopo una notte (di sesso, peraltro), situazioni problematiche che si risolvono magicamente da sole, per inerzia, e trasferimenti di centinaia di milioni di dollari da un conto all'altro via tablet.
Un click (anzi, uno slide) e via: tutto fatto. Tutto piatto, levigato, intuitivo, elementare, improbabile. Il trasferimento come il film.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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