The Town - recensione del film diretto e interpretato da Ben Affleck

04 ottobre 2010
3 di 5

Con Gone Baby Gone, Affleck ci aveva spiazzato. Di conseguenza, c’erano maggiore curiosità e minori pregiudizi nel vedere cosa sarebbe risultato di The Town.

The Town - recensione del film diretto e interpretato da Ben Affleck

The Town - la recensione

Ci aveva davvero spiazzato Ben Affleck. Chi l’avrebbe mai detto che quel bisteccone monoespressivo affetto da prognatismo aveva le carte per firmare un film solido, teso, stratificato e sensibile come Gone Baby Gone? Di conseguenza, c’erano maggiore curiosità e minori pregiudizi nel vedere cosa sarebbe risultato di The Town.

Le due regie di Affleck in comune hanno la matrice letteraria (Dennis Lehane nel primo caso, Chuck Hogan in questo secondo), il setting bostoniano, lo specifico di quartieri blue collar ad altro tasso di criminalità, protagonisti che in un senso o un altro (non) recidono le loro radici ma decidono di farle crescere in direzioni trasversali. Ma, fatto salvo questo terreno comune, tematiche, stili, declinazioni e sviluppi sono decisamente differenti.
Se Gone Baby Gone guardava chiaramente - ed ovviamente - al grande affresco criminal-intimista stile Mystic River (altro adattamento di Lehane), con The Town Ben Affleck ha cercato di recuperare un'altra forma di cinema volutamente e positivamente fuori (?) dal tempo: non la classicità eastwoodiana ma quella di registi come William Friedkin e Michael Mann.

Ma nonostante giuri e spergiuri che quella di The Town sia principalmente una storia legata alle catene dei condizionamenti sociali e familiari - attraverso le vicende di personaggi costretti ad una certa vita per via delle loro origini, impossibilitati a fughe o cambiamenti se non a prezzi (troppo) cari da saldare con sé stessi e con gli altri - Affleck sa benissimo che qui l’aspetto introspettivo è solo corollario ad una vicenda dove il noir si tinge di rosa sangue, dove l’ormone alfa è l’adrenalina, seguito a ruota dal testosterone.
La storia d’amore tra il personaggio interpretato dallo stesso regista (rigido come di prammatica da quel lato della cinepresa) e quello di Rebecca Hall è infatti vista unicamente da un lato solo. E il personaggio dell’attrice, sebbene sia stato scintilla iniziale di una reazione a catena fondamentale da un punto di vista narrativo, diviene presto un accessorio passivo. Tanto che, per riprendersi e tentare un tardivo riequilibrio, il regista piazza un finale pseudo-romantico cartolinesco e posticcio.

Se è vero che i modelli citati (su tutti, palese anche in una scena d’addio a distanza mutuata di peso dal capolavoro Heat, quello manniano) rimangono lontani e intoccabili, va comunque ammesso che gli sforzi di The Town di conciliare le sue diverse anima sono encomiabili, e che il non facile equilibrio cercato da Affleck si raggiunge anche non andando per il sottile. Ché il film appare coerente con la fisicità del suo autore: solida, non agilissima ma ben piantata al suolo, dall’emotività cercata e solo in parte repressa da un’espressività statica.
The Town, come il suo protagonista, la sua identità la sente, la coccola e la combatte. E se non riesce in uno scarto vincente su tutta la linea, riesce ad evadere come desiderato da quella medietà standardizzata hollywoodiana che l’angosciava, ritrovandosi in una voluta, sfocata solitudine. Quella di un cinema che non (c’)è più, da inseguire, in attesa di un futuro (ancora) migliore.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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