The Salvation - recensione del western danese con Mads Mikkelsen e Eva Green

16 maggio 2014
2.5 di 5
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Incursione scandinava nel genere americano per eccellenza

The Salvation - recensione del western danese con Mads Mikkelsen e Eva Green

C'era una volta il western, genere leggendario che da più parti, con maggiore o minore successo, si cerca di perpetrare e rinnovare. A provarci, questa volta, il danese Kristian Levring, scuderia Zentropa, che, con un budget di poco superiore ai 10 milioni di dollari a disposizione, allestisce un cast di richiamo (Mads Mikkelsen, Eva Green, Jeffrey Dean Morgan, Eric Cantona, Jonathan Pryce) e spinge sul pedale di una fotografia satura e sgranata per valorizzarli secondo coordinate che mirano al botteghino.

Non è di certo nella sceneggiatura, scritta dallo stesso regista con l'onnipresente Anders Thomas Jensen (quello dietro ad una quantità - e qualità - industriale di film danesi), che The Salvation trova infatti i suoi punti di forza.
Di originale, nel film, c'è ben poco: i soliti manigoldi senza scrupoli (ovviamente al soldo di ricchi speculatori) che terrorizzano e violentano una piccola cittadina, il solito eroe suo malgrado che li sgominerà per vendetta, le solite figure immancabili: dal sindaco corrotto e becchino allo sceriffo pavido, passando per la bella cattiva che poi cattiva non è e il ragazzetto che s'intestardisce a far da spalla all'eroe.

Più che al western classico, o allo spaghetti, Levring sembra aver preso a modello le operazioni più scanzonate e postmoderne, su tutti il Pronti a morire di Sam Raimi: che però ha oramai una ventina d'anni sul groppone, e che era diretto da un regista di ben altro calibro.

Poche parole (Mikkelsen è un silenzioso, Eva Green interpreta un personaggio muto) e tante pallottole, ma in fondo nemmeno troppe: ché The Salvation è film di volti e gesti, e sfondi in CGI. Tentativo, non molto riuscito, di essere evocativo e d'atmosfera, forse; o forse sardonica volontà riduzionista, per un film che gioca con temi e superfici come a voler evocare la bidimensionalità di figurine o pupazzetti.

Un film giocattolo quindi, coscientemente di plastica, dove non si sente il sapore della terra e del sangue ma quasi tattilmente si percepiscono superfici levigate come il volto di porcellana di Eva Green, o industrialmente invecchiate come il look "used" di Mikkelsen.

Un giocattolo che dapprima si osserva con un certo scetticismo, allo scopo di capirne natura e funzionamento, che poi si usa senza che richieda troppa attenzione e che poi si ripone senza pensieri nel cestone del già visto al termine degli agili 90 minuti di durata.





  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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