The Paperboy, la recensione del film di Lee Daniels

24 maggio 2012
1.5 di 5

The Paperboy, la recensione del film di Lee Daniels presentato in concorso al Festival di Cannes 2012.



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È un noir southern sudatissimo e perverso, The Paperboy, il film che Lee Daniels ha tratto dall’omonimo romanzo di Pete Daxter.
Una storia di carne e sangue, di omicidi e ossessioni, d’amore e di sesso, di razzismo e omosessualità. Chi più ne ha, più ne metta.
Nulla di nuovo, ma nulla di male di per sé.

La storia è, sulla carta, quella di due fratelli giornalisti, uno dei quali si mette in testa di scagionare un condannato a morte, con l’aiuto della donna che a distanza si è “innamorata” di lui e di un collega: ma in realtà si tratta di un complesso e intricato gioco di tensioni affettive e sessuali, dove l’ossessione del giovane interpretato da Zac Efron per il personaggio da “Barbie ipersessuata” di Nicole Kidman è il vero punto d’interesse del regista.

Per cercare di adattarsi al materiale che racconta, Lee Daniels cerca uno stile sporco e impuro, una grana grossa che però non riesce a nascondere l’insistita e compiaciuta operazione di estetizzazione che il regista, in realtà, porta avanti: la camera a mano di Daniels è studiatissima, le sue solarizzazioni inutili e fastidiose, le furberie formali smaccate.
Ma è soprattutto sui corpi dei protagonisti che Daniels gioca in maniera irritante: sulle tenute da modello di Calvin Klein di Efron, sugli insistiti paulnewmanismi di Matthew McConaughey, sulla ninfomania trash di una Nicole Kidman che non senza un qualche coraggio mette in scena il suo decadimento plastico e anagrafico.

È in questo contesto formale, più che in quello di un equilibrio narrativo comunque precario quando non mancante, che disturva la voce off narrante della governante Macy Gray, che scene come quelle che vedono protagonista il personaggio Efron rasentano il ridicolo involontario, che la gigioneria di Cusack disturba o che gli orgasmi simulati o la golden shower curativa di quello della Kidman appaiano laidi prima ancora che trash. Perché nella sua incapacità di sfiorare una sensualità magari perversa ma reale e non artificiale, e in quella di rendere emozionalmente appassionanti le vicende che racconta, The Paperboy finisce con il mettere in evidenza una sgradevolezza che supera quella programmatica voluta da Daniels e scivola nel sensazionalismo un po’ bavoso e perfino moralista.

In questo contesto, con buona pace di un Daniels che sostiene di aver attinto al suo passato, il quadro storico e sociale sul sud degli Stati Uniti diviene inutile, falso, inesistente.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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