The Next Three Days - la recensione del film

05 aprile 2011
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Non aspettatevi l’action adrenalinico che il trailer del film sembra proporre. Il lungometraggio diretto da Paul Haggis è un dramma opprimente ed intenso sul senso di responsabilità riguardo le proprie azioni. Cinema dunque non facile ma potente, coraggioso, anticonvenzionale.

The Next Three Days - la recensione del film

The Next Three Days - la recensione

Col suo cinema da regista Paul Haggis continua a raccontarci il momento di crisi che sta attraversando l’America, vista non soltanto attraverso gli occhi dell’uomo qualunque ma anche attraverso le sue istituzioni: la polizia in Crash, l’esercito in Nella valle di Elah, e in quest’ultimo The Next Three Days  il sistema giudiziario.
Convinto ad oltranza dell’innocenza di sua moglie Lara, condannata per l’assassinio di una sua collega, il professore John Brennan dopo tre anni di inutili appelli prende coscienza che l’unico modo per riavere la sua compagna è quello di farla evadere.  

Remake corretto e riveduto del francese Pour Elle di Fred Cavayé, The Next Three Days rispetto ai precedenti film di Haggis preferisce però mantenere questo discorso critico sull’America contemporanea decisamente più sotterraneo, e concentrarsi maggiormente sulla definizione precisa di un melodramma incentrato su psicologie e sentimenti frustrati dal non ottenere giustizia.
Quello che funziona meglio in questo lungometraggio è infatti il suo protagonista, la progressione drammatica con cui, uomo assolutamente comune, decide di attuare un piano criminoso: la sceneggiatura del film e soprattutto la dolorosa interpretazione di Russell Crowe fanno arrivare con efficacia allo spettatore l’idea che l’unico modo per ritrovare la condizione “normale” è quello di rompere le regole, quando queste non garantiscono la propria libertà. Se vogliamo, la poetica del singolo individuo che si pone al di sopra delle istituzioni in nome di una giustizia “superiore”, oltre ad essere di chiara discendenza eastwoodiana (quindi non casuale per Haggis vista la sua collaborazione passata con il grande Clint) è anche un tema fondamentalmente esplorato anche nei suoi precedenti film.

Come al solito però Haggis riesce a restituirci la dimensione umana, intima, opprimente di chi compie questa scelta discutibile: non c’è nulla di eroico nelle azioni o nella psicologia di John Brennan, tutt’altro. Oltre al dolore della tragedia subita c’è anche il peso di dover sostenere le sue scelte completamente da solo. The Next Three Days nel seguire questo percorso concede poco o nulla allo spettacolo, immerge il pubblico in una discesa agli inferi “etica” che in molti momenti restituisce un senso di isolamento e angoscia decisamente efficaci.  Sotto il punto di vista più squisitamente estetico anche la confezione si presenta come notevole: soprattutto la musica di Danny Elfman, l’utilizzo di alcuni brani musicali di Moby e la fotografia del francese Stéphane Fontane – adoperato da Jacques Audiard sia ne Il profeta che in Tutti i battiti del mio cuore – compongono un puzzle di immagine e musica che in almeno un paio di scene va dritto al cuore di chi guarda.  

E’ decisamente comprensibile che The Next Three Days non abbia incontrato il favore del pubblico americano: si tratta infatti di un lungometraggio che invece di puntare al ritmo specifico dell’action come avrebbe facilmente potuto sceglie i tempi più diluiti e fluidi del dramma. Haggis continua coraggiosamente a proporre una sua poetica cinematografica forse non nuovissima, ma di certo anticonvenzionale rispetto alle coordinate verso cui si sta muovendo il cinema americano mainstream.

The Next Three Days
Il trailer del film di Paul Haggis con Russell Crowe


  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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