The Meyerowitz Stories: recensione del film Netflix di Noah Baumbach in concorso al Festival di Cannes 2017

21 maggio 2017
3.5 di 5
10

Con Adam Sandler, Ben Stiller e Dustin Hoffman, Emma Thompson.

The Meyerowitz Stories: recensione del film Netflix di Noah Baumbach in concorso al Festival di Cannes 2017

Non c'è niente da fare: dai padri (o dalle madri), liberarsi è difficilissimo. Fare pace con loro, e quindi con noi stessi, è difficilissimo.
Lo sappiamo bene tutti, e lo sanno bene anche i figli di Dustin Hoffman, patriarca della famiglia Meyerowitz raccontata da Noah Baumbach, figura egocentrica e ingombrante che ha segnato sorti e caratteri dei suoi due maschi, Ben Stiller e Adam Sandler; per non parlare della femmina, Elizabeth Marvel.
Perché questo anziano scultore che sente di non aver avuto il riconoscimento artistico che meritava, ha dato troppo a alcuni e troppo poco ad altri, e a tutti ha fatto pesare che nessuno di loro è stato un degno erede.

Di questioni legate al successo, all'arte, e ai padri (putativi o meno), Noah Baumbach aveva già parlato in Giovani si diventa, e lo fa di nuovo in questo The Meyerowitz Stories, meno scanzonato ma non meno divertente, né meno capace di toccare corde serie e drammatiche.
Lo fa esplorando appunto il riflesso e le ricadute delle azioni e delle mancanze paterne su adulti che sono incompleti proprio perché gli è mancato il coraggio di accettare quel che è capitato in sorte, e di acquisire una prospettiva critica nei confronti del patriarca. Di perdonarlo per i suoi sbagli.

Stiller ha un lavoro di successo, e guadagna bene, ma non si perdona l'assenza di talenti artistici. Sandler, che i talenti li avrebbe anche avuti, si rimprovera di non averli coltivati e non si accontenta di essere stato per la figlia il genitore che Hoffman non è mai stato per lui.
Sarà, ovviamente, la necessità di tornare vicino al padre malato, di confrontarsi di nuovo con la sua ombra, a spingerli verso quei passi di maturità mai fatti prima. A rileggere il passato.

Sì, certo, la famiglia, il senso del successo: ma è forse la memoria - il suo peso, i suoi inganni - il vero tema del film di Baumbach, coi suoi personaggi costretti a scambiarsi ricordi, a rievocare momenti. A disseppellire del passato vecchi rancori che, giorno dopo giorno, sono illuminati dalla luce di una verità fino a quel momento stata offuscata e sfocata dal tempo e dall'inconscio.
Di chi è quel paio di occhiali che emerge dalla soffitta? E chi era il bambino che, seduto per terra, assisteva il padre nel suo lavoro?

Come già in Mistress America, Baumbach guarda a Allen, all'Allen più crepuscolare, senza scimmiottarlo ma cercando - è proprio il caso di dirlo - di raccoglierne una parte di eredità. Padri putativi, appunto.
Lo fa con quella consapevolezza che i figli del suo film raggiungono solo alla fine, quando hanno finalmente fatto pace con loro stessi e han ripreso con una libertà tutta nuova e serena le redini delle loro esistenze. Quando hanno avuto la forza (finalmente!) di scrollarsi di dosso quel senso d'inadeguatezza che Baumbach racconta in maniera quasi ossessiva, qui e nei personaggi di tutto il suo cinema)

Film di parole e sentimenti, The Meyerowitz Stories deve ovviamente molto ai suoi interpreti: su tutti, forse, quel talento troppo spesso sprecato che corrisponde al nome di Adam Sandler.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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