The Look of Silence - la recensione del documentario di Joshua Oppenheimer

28 agosto 2014
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Seguito (o prequel, o altra faccia della medaglia) delle agghiaccianti esplorazioni di The Act of Killing.

The Look of Silence - la recensione del documentario di Joshua Oppenheimer

Quanto avvenuto in Indonesia nel 1965, quando con un colpo di stato Suharto prese il potere, ce lo raccontò Peter Weir in Un anno vissuto pericolosamente. Ma solo in parte, solo da un punto di vista occidentale e limitato alle sedi cittadine del potere.

Quel che accadde contestualmente e successivamente nel resto del paese, nelle campagne e nei villaggi, è forse meno noto e assai più scioccante: una folle purga anticomunista che in quei mesi e quegli anni costò al paese circa un milione di vite. Questo genocidio, questo dramma - che come tanti, troppi, è passato inspiegabilmente in secondo piano nella storia recente - rappresenta per l'Indonesia e per il mondo una ferita ancora aperta, perché mai affrontato, mai giudicato, mai elaborato.

E allora è nuovamente Joshua Oppenheimer, documentarista del Texas trapiantato in Danimarca, che si prende in carico il fardello di imporre una riflessione e una denuncia, di tirar fuori lo sporco nascosto sotto il tappeto che in troppi fingono di non vedere.

Se nel precedente The Act of Killing Oppenheimer aveva raccontato la raggelante distanza, la spaventosa soddisfazione, i laceranti dubbi di chi, in Indonesia e nel 1965, aveva ucciso barbaramente e senza coscienza, in The Look of Silence ribalta il punto di vista, e assume quello di Adi, un oculista 44enne il cui fratello fu assassinato dagli squadroni della morte prima della sua nascita.

Incredulo, attonito, ferito dal passato e dal presente, Adi prova testardamente e senza alcuna forma di violenza a rievocare gli orrori sepolti nell'indifferenza, confrontando con ferrea e placida determinazione coloro che della morte di suo fratello, e di moltissimi altri, sono stati direttamente o indirettamente responsabili.

Quello sguardo, gestito con invidiabile, neutra e invisibile partecipazione da parte di Oppenheimer, diventa il nostro, s'impone al nostro: lo sguardo di persone che non si perdono nella rabbia o nell'indignazione ma che, di fronte al peso della storia, degli anni, dei volti e di anime infantilmente incoscienti, rabbiosamente tormentate o arrogantemente elusive, avanzano determinate aggredite da un dolore che rende stolidi e sgomenti, che squarcia, sorprende e ammutolisce.

Uno sguardo, appunto, silenzioso ma non per questo incapace di comunicare.

Non c'è ansia giudicante, in The Look of Silence. Non c'è nemmeno, forse, la voglia di quella che comunemente e un po' retoricamente chiamiamo giustizia. Ci sono solo interrogativi, quasi sempre irrisolti: come è stato possibile tutto ciò? Come possono le persone aver compiuto tali atrocità e vivere senza rimorsi? Come è stato e come è possibile far finta di nulla, per anni e ancora oggi? Soprattutto: come sanare quella ferita, smettendo di ignorarla?

Ecco che allora quello di Oppenheimer non è (o, comunque, non è solo) un film di denuncia e testimonianza. Prima di tutto è un film sul mistero del dolore e dell'animo umano, su quello del guardare, del guardarsi e del comprendere; sul senso stesso della storia individuale e collettiva, e di come l'uomo l'attraversi. Sono i volti e i corpi, e gli sguardi, più che le terrificanti parole a rimanere nella mente degli spettatori. I volti e i corpi e gli sguardi dei genitori di quel ragazzo massacrato che è simbolo di un intero genocidio e quelli dei suoi assassini.

Volti, corpi e occhi che portano con loro i segni del passaggio della storia, della vita, della morte; che sono memoria viva eppure immota, immagine di quello che non si vede, e che Oppenheimer evoca con una sensibilità tanto vulnerabile quanto profonda.




  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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