The Lobster: recensione del film di Yorgos Lanthimos presentato in concorso al Festival di Cannes 2015

15 maggio 2015
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Un film che si prende troppo sul serio, come il suo regista.

The Lobster: recensione del film di Yorgos Lanthimos presentato in concorso al Festival di Cannes 2015

Va riconosciuto che lo spunto iniziale di The Lobster è curioso, e perfino divertente.
È quello di una società distopica dove essere in coppia è prerequisito essenziale per esser parte della società; dove, se single, si finisce in un hotel di lusso che assomiglia tanto a una prigione e lì, entro 45 giorni, si deve trovare un nuovo partner tra gli altri ospiti della struttura o si finisce trasformati un animale; dove coloro che si ribellano a questo status quo (e alla coppia tout court) vivono nei boschi come terroristi, “cacciati” dagli ospiti dell'hotel che tentano a loro volta di sabotare, rinnegando ogni contatto sentimentale o sessuale gli uni con gli altri.

Quest'ovvia e superficialissima metafora della società contemporanea, in sé, contiene qualcosa di buffo, di comico, e fa tornare alla mente i racconti surreali e stralunati di Etgar Keret, geniale scrittore israeliano che spesso si occupa di declinare secondo coordinare astratte e allegoriche, e sempre cariche di ironia, i rapporti umani e sentimentali.
Ma ad aver scritto o diretto The Lobster, purtroppo, non è stato Keret, o qualche autore cinematografico capace di giocare con la leggerezza: è stato Yorgos Lanthimos, che già con i suoi lavori precenti (come Kynodontas e Alpis) aveva dimostrato di prendersi sempre terribilmente sul serio, anche quando vorrebbe essere divertente.

Il greco, che ha mutuato da maestri dotati di stoffa ben superiore alla sua  (come Haneke), o ben più cattivi di lui (come Seidl), quell'odiosa propensione contemporanea a un cinema sadico e afasico, si conferma ancora una volta pesante come un macigno e scandalosamente convinto del proprio supposto talento, delle proprie capacità, facendo di quello spunto interessante e divertente un film noioso e privo di mordente proprio perché pedante, ammonitorio, col ditino puntato a dire di continuo:“ecco, vedete come siete?”.

Di ironia, in The Lobster, non c'è traccia; al massimo emerge qui e lì una vena di sarcasmo acido figlio del senso di superiorità del suo autore, ed è allora difficilissimo prende sul serio i paradossali avvenimenti che vedono protagonista un bolso Colin Farrell, dapprima ospite dell'hotel, poi rifuguiatori nel bosco assieme ai guerriglieri che si sono auto-battezzati “loners”, i solitari.
Anche perché tutto ciò che Lanthimos mira a raccontare col suo film, tutto il suo intento morale e allegorico, è così sfacciato da non riuscire a credere che l'autore non si sia sforzato maggiormente per dare più spessore alla sua drammaturgia.

Tutto evidente, tutto leggibile (che non è un male) e banale (ma questo sì), tutto caricato da toni e situazioni cupe e violente che ammiccano a quelle della tragedia greca e al suo intento pedagogico, The Lobster è un film tanto gelido e calcolato millimetricamente nella messa in scena quanto programmatico nei suoi sadismi, nella soppressione dell'emozione e dell'empatia, nello svilupparsi degli eventi.
Più che irritare, annoia, e lascia in bocca il retrogusto amarissimo dell'occasione sprecata.  
 
 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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