The Last Stand - la recensione del film con Arnold Schwarzenegger

29 gennaio 2013
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L'avevamo già intravisto autoironico in I mercenari e I mercenari 2, ma ora l'ex-governatore della California Arnold Schwarzenegger, dopo una decina d'anni assente dagli schermi in qualità di protagonista, si riaffaccia nelle sale con The Last Stand - L'ultima sfida.

The Last Stand - la recensione del film con Arnold Schwarzenegger

L'avevamo già intravisto autoironico in I mercenari e I mercenari 2, ma ora l'ex-governatore della California Arnold Schwarzenegger, dopo una decina d'anni assente dagli schermi in qualità di protagonista, si riaffaccia nelle sale con The Last Stand - L'ultima sfida.

Un narcotrafficante sfugge all'FBI rocambolescamente, a bordo di un'auto truccata, diretto a tutta velocità verso il confine del Messico con un ostaggio. Proprio da quelle parti suoi complici hanno preparato un ponte militare per consentirgli di passare da un valico abbandonato, nella zona della piccola cittadina Summerton Junction. Lo sceriffo qui è Ray Owens, prossimo alla pensione ed ex-SWAT a Los Angeles. I mezzi sono pochi, ma la dignità, il coraggio e l'esperienza contano.

Il sessantacinquenne Schwarzy è in forma, ma sta riavviando i suoi motori d'attore: appare meno presente rispetto al suo diretto concorrente di sempre Stallone, negli ultimi tempi più sicuro nel ribadire la sua necessità nell'immaginario cinematografico action (sottogenere nostalgico). L'intero progetto da questo punto di vista non sembra nemmeno fare tanto affidamento sul suo appeal dopo la decade di stop: specialmente nella prima metà la scena è occupata più dal villain Eduardo Noriega, dal capitano dell'FBI Forest Whitaker e dai comprimari, tra cui Jaimie Alexander, Peter Stormare e il Johnny Knoxville di Jackass, pronto a mettersi alla prova con un'acrobazia rigorosamente idiota.
Il film non offre la stessa dose di consapevolezza autoironica e spaccona dei contemporanei revival di Sly: il tocco del regista sudcoreano Kim Jee-woon assicura l'adrenalina per le sequenze acrobatiche a piedi o in auto, ma non può per distanza culturale guardare con calore al fenomeno Schwarzenegger.
Jee-woon gioca invece la carta dell'omaggio spudorato al genere western, da lui già idolatrato e gonfiato all'esasperazione in Il buono, il matto e il cattivo.
C'è chi sente echi di Rio Bravo e Mezzogiorno di fuoco, ma il problema è lì: un film con Schwarzenegger nel 2013 funziona davvero solo se è "genere Schwarzenegger", se cioè tutti gli elementi dell'opera sono finalizzati alla nostalgia di un'idea che gronda anni Ottanta e Novanta.

The Last Stand invece è in fondo un film d'intrattenimento qualsiasi con Arnold Schwarzenegger. Se la celebrazione viene meno, l'umiltà di Arnold ci guadagna, ma ci perde il risultato e cominciamo pericolosamente a concentrarci sul resto, come la reaganiana ammirazione feticista per le armi da fuoco. La nostalgia è un conto, l'anacronismo un altro.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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