The Karate Kid - recensione del film

01 settembre 2010
3 di 5

Reboot del cult anni ’80 di John Avildsen con Ralph Macchio e Pat Morita, il film di Harald Zwart parte in maniera molto frenata, salvo poi accelerare nel ritmo e nell’introspezione dei personaggi. Un prodotto di intrattenimento che però garantisce buona qualità drammatica e buona presa emotiva sul pubblico. Nella foresta di rifaciment...

The Karate Kid - recensione del film

The Karate Kid - la recensione

La pratica del remake, reboot o comunque si voglia chiamare questa forma di aggiornamento di lungometraggi del passato, è un fenomeno ormai consolidato dell’industria hollywoodiana. Che questo processo commerciale convinca o meno appare una questione piuttosto irrilevante, questa è la realtà dei fatti; allo steso modo un discorso critico che volga a paragonare le opere originali con le nuove versioni sembra essere superato, e questo anche in base al fatto che in molti casi rimane poco o nulla in comune tra di essi.

Nell’apparentemente infinita schiera di lungometraggi comunque appartenenti a questo gruppo The Karate Kid è senza dubbio uno dei più interessanti, senz’altro il più riuscito tra quelli visti negli ultimi tempi. Il processo di rivisitazione e aggiornamento parte immediatamente dall’ambientazione del film di Harald Zwart, l’odierna Cina, paese che si è più o meno “aperto” all’infiltrazione della cultura e soprattutto all’influenza dell’economia occidentale. Tale setting inevitabilmente determina l’inizio del prodotto, che è purtroppo la parte più fiacca: il regista infatti si dedica con eccessiva prolissità alla rappresentazione fin troppo patinata di Pechino, indugiando in luoghi, figure e situazioni tutto sommato stereotipate.

Una volta però superata la lentezza della prima mezz’ora la storia principale parte con sorprendente efficacia: The Karate Kid diventa allora un prodotto di consumo che però mostra di sfruttare al meglio una sceneggiatura magari non originale ma senza dubbio robusta; il punto di forza dello script di Christopher Murphey sta nel dosare con sapienza il ritmo dell’azione con la delineazione delle psicologie dei personaggi, in particolar modo i due protagonisti. Il rapporto padre-figlio che ad esempio il giovane Dre Parker (Jaden Smith) e il “maestro” Mr. Han (Jackie Chan) costruiscono pian piano viene raccontato con sobrietà, sfruttando in maniera esemplare le backstory delle due figure. Alla fine a convincere maggiormente non è tanto la parte action del film, funzionale ma nulla più, quanto invece la forza emotiva con cui viene proposta l’alterità di Dre e Han, stato che permette loro di incontrarsi e supportarsi a vicenda.

Successo di proporzioni addirittura inaspettate negli Stati Uniti, dove ha incassato più di 170 milioni di dollari, The Karate Kid dimostra come quello che può essere ancora identificato come il “prodotto medio” hollywoodiano, quando realizzato con coerenza e sufficiente attenzione alla qualità dell’evoluzione narrativa, può ancora fornire al pubblico uno spettacolo che combina intelligenza ed emozione. Carta in più di questo lungometraggio è poi la bella performance di Jackie Chan, alle prese con la prima interpretazione drammatica della sua carriera “made in U.S.A.”: non ci sorprenderebbe affatto vederlo in lizza per i prossimi premi cinematografici come attore non protagonista. Un riconoscimento ufficiale del valore dell’interpretazione di Chan potrebbe oltretutto fungere da ulteriore ponte nei confronti di un mercato cinematografico come quello asiatico che da anni per Hollywood è senza dubbio meta ambitissima.



  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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