The Iron Lady - la recensione del film con Meryl Streep

25 gennaio 2012
2.5 di 5
1

Un ritratto femminista e conservatore, vagamente apologetico, della prima donna a divenire capo di governo nella storia dei paesi occidentali.



Di questi tempi, un biopic non si nega a nessuno.
Figuriamoci quindi se dalla volontà del cinema di raccontare la vita di personaggi celebri della storia e della politica del XX secolo poteva rimanere fuori una donna che, della storia e della politica recenti, è stata una protagonista assoluta e contestata come Margaret Thatcher.

Inevitabile anche che a raccontare vita e (carriera) politica della prima donna divenuta capo di governo di un paese occidentale fosse un team tutto al femminile: non solo, ovviamente, una donna come interprete,
Meryl Streep, ma una donna come sceneggiatrice (la Abi Morgan di Shame) e una donna come regista (Phillida Lloyd, che la Streep aveva già diretta nel musical Mamma Mia!).
Non sorprende quindi che, come è giusto che sia, la parabola privata e pubblica della Lady di ferro (il titolo The Iron Lady era altrettanto inevitabile) venga riletta e raccontata con l’utilizzo di un filtro delicatamente ma inconfondibilmente femminista: di un femminismo che, a tratti, ha alcune sfumature manierate che faranno felici le frange più conservatrici e anacronistiche del movimento "Se non ora quando".

Se però gli accenti sulle questioni di genere erano più che legittimi e son stati declinati con una correttezza figlia dell’equilibrio non militante, sono altre scelte di sceneggiatura e regia del film che fanno sollevare qualche sopracciglio. Cominciando dall’artificio narrativo per il quale, allo scopo d’evidenziare il lato umano della protagonista, la vediamo interagire con il fantasma di quel marito che per decenni l’ha sostenuta con pazienza, costanza ed understatement squisitamente brittanico. Se l’interpretazione di
Jim Broadbent è la cosa migliore del film, sono paradossalmente le ragioni dell’esistenza stessa del suo ectoplasmico personaggio a lasciar perplessi.
Nella sua interezza, il film procede classicheggiante e senza troppi scossoni nel suo costante e predibile altalenare tra passato e presente, tra le gesta dure e orgogliose della Thatcher donna di governo e quelle fragili e incerte della Thatcher anziana alle prese con la solitudine, la vecchiaia e il rimpianto di quanto sacrificato sul piano personale nel nome dell’impegno politico.
Ma, invece di generare una dissonanza polemica e fruttifera, capace di moltiplicare le sfumature di un personaggio, questi due aspetti combinanti risultano in uno sguardo monodimensionale e monolitico.

Da un lato, la ricostruzione della carriera politica della Thatcher, soprattutto del periodo in cui fu Primo Ministro, è chiaramente apologetica, con le contestazioni e le rigidità ridotte a momentanee problematiche sulla via di un successo annunciato. Dall’altro, il nemmeno troppo velato patetismo con cui viene ritratta Margaret ai giorni nostri – sottolineato dall’occhio vitreo (o acquoso, secondo le circostanze) e dalla pappagorgia tremolante in dotazione ad una
Meryl Streep che cerca la mimesi e non l’interpretazione – sembra essere un’implicita giustificazione degli “eventuali” errori commessi sulla scena pubblica e internazionale.

Così, il pur corretto e compiuto
The Iron Lady finisce con l’essere un ritratto altrettanto rigido, inflessibile, conservatore e monodimensionale dei tanti altri fatti di un personaggio che, forse, avrebbe meritato maggiori chiaroscuri e ulteriori approfondimenti.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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