The Informant, la recensione del film diretto da Steven Soderbergh

16 settembre 2009

L'eclettico Steven Soderbergh torna al cinema con un film tratto da una storia tanto curiosa e bizzarra quanto vera. E come avevano deciso di fare più sette anni fa, quando per la prima volta parlarono assieme del progetto, a lavorare con il regista americano come protagonista c’è Matt Damon.

The Informant, la recensione del film diretto da Steven Soderbergh

The Informant - la recensione



Quella raccontata da The Informant è una storia davvero bizzarra, ma basata su eventi (incredibilmente) accaduti. Biochimico passato a ruoli dirigenziali nella grande multinazionale che produce cereali e derivati per cui lavora, Mark Whitacre decide improvvisamente di diventare un informatore dell’FBI per portare alla luce un cartello dei prezzi clandestino tra la sua e le aziende concorrenti. Ma nel corso dei lunghi anni di collaborazione con il Bureau, l’uomo – dai comportamenti progressivamente sempre bizzarri – inizierà a svelare contraddizioni sempre maggiori, rivelandosi un bugiardo patologico (ma non sullo scandalo che voleva portare alla luce) e finendo sul banco degli imputati per aver sottratto alla sua azienda diversi milioni di dollari grazie a delle truffe contabili.

In superficie utilizza i toni della commedia, Steven Soderbergh, per raccontare una vicenda di cui si era innamorato ai tempi di Ocean’s Eleven e che solo ora ha trovato il tempo e modo di realizzare: una commedia stralunata e divertente, che sia ambientata negli anni Novanta ha un’estetica spiccatamente seventies, che ha persino i tempi e i ritmi di certe sit-com di quegli anni, con un protagonista e certi personaggi di contorno e alcune situazioni tanto peculiari da ricordare (seppur molto alla lontana) certe creazioni coeniane.

Mark Whitacre - interpretato da un Matt Damon che si getta con coraggio, autoironia e intensità nel ruolo - è un uomo indefinibile, in apparenza tanto candido da rasentare la stoltezza, eppure capace e determinato nel suo lavoro. Un uomo indecifrabile nelle sue mille menzogne che emergono progressivamente, nelle sue curiose e irrazionali divagazioni mentali raccontateci in voice over, evidentemente sconosciuto anche a sé stesso, ma ossessionato dal pensiero di piacere alle persone, dotato di una generosità sincera e di una abilità quasi diabolica nel fare i suoi interessi assieme.

E allo stesso modo, The Informant suggerisce che sotto la sua affabile e gradevole superficie si nascondano misteri e tematiche che fanno il paio con le tante vite di Whitacre: ché la menzogna o l’incapacità di cogliere la verità per via di quel che in noi e negli altri vogliamo vedere non riguardano solo il personaggio protagonista, ma anche altri attori singolari e collettivi della vicenda; come a suggerire che tutto un sistema sociale, economico, persino giudiziario, dovrebbe fare i conti con questioni spinose.

Che è necessario giungere al punto in cui la voce che si vuole far sentire e quella che si sente nelle propria testa arrivino a coincidere, come accade a Matt Damon nella scena forse più significativa dell’intero film: l’unica in cui Whitacre sembra raggiungere consapevolezza di sé, senza peraltro rimanerne sbigottito o segnato.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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