The Hurt Locker - recensione del nuovo film di Kathryn Bigelow

09 ottobre 2008
3.5 di 5

Dopo il successo di critica e pubblico ottenuto nel corso della Mostra del cinema di Venezia, dove era stato presentato in concorso, debutta nelle sale italiane The Hurt Locker, il film nel quale Kathryn Bigelow declina la sua persona idea sulla guerra in Iraq e su chi la combatte.

The Hurt Locker - recensione del nuovo film di Kathryn Bigelow

The Hurt Locker - la recensione

È oramai pleonastico dire che per gli Stati Uniti anche al cinema la guerra in Iraq è il nuovo Vietnam. Fatto sta che continuano a giungere da oltreoceano film incentrati sull’argomento: e se lo scorso anno protagonisti in questo senso sono stati film come Nella valle di Elah, è ora la volta della rediviva Kathryn Bigelow con The Hurt Locker, storia di un gruppo di artificieri dell’esercito americano di stanza a Baghdad che ogni giorno rischiano la vita disinnescando gli ordigni disseminati dai guerriglieri per le strade della capitale.
Tra di loro soprattutto ci sono i sergenti James e Sanborn (Jeremy Renner ed Anthony Mackie): il primo coraggioso ben oltre i limiti dell’incoscienza, drogato di adrenalina, il secondo misurato e prudente, solo prestato ad una guerra cui il collega pare invece non saper rinunciare.

La regista californiana è nota soprattutto per lo stile ipercinetico ed adrenalinico di film come Strange Days, ma ha anche dimostrato di cavarsela più che bene con sfumature, psicologie e sentimenti in un'opera sottovalutata come Il mistero dell'acqua. E con The Hurt Locker la Bigelow sembra voler trovare un'equilibrio e una conciliazione tra questi due tipologie di cinema. È per questo che, pur confermando un'invidiabile perizia tecnica ed una non indifferente capacità di costuire e gestire con intelligenza la tensione, in questo film la regista dà il suo meglio nei momenti di sospensione e lentezza all’interno delle crisi, fa prevalere una staticità carica di elettricità sull'azione pura e semplice.

Perché lo scopo di The Hurt Locker non è di certo quello di essere un film di guerra alla Black Hawk Down, ma al contrario un'opera che rappresenti un'analisi attenta dell'intimo e delle psicologie dei suoi protagonisti, dei diversi modi che hanno di reagire alla guerra, allo stato di pericolo e tensione che sentono costantemente gravare sulle loro spalle. E di conseguenza quello della Bigelow non è un film che esplicita una presa di posizione politica in senso tradizionale e superficiale: la politica di The Hurt Locker va piuttosto intesa in senso alto, sociologico quando non esistenziale. 

Il senso di pericolo imminente, di tensione, di spaesamento che la Bigelow descrive attraverso un uso della macchina da presa quasi manniano, con frequenti distrazioni dello sguardo dei personaggi e della regista, ha una portata simbolica che travalica lo specifico del conflitto iracheno e dei singoli protagonisti, ma che arriva a toccare la mancanza di riferimenti certi e precisi di tutta una generazione, il muoversi un mondo comunque alieno e incomprensibile, che si tratti di una polverosa strada di Baghdad o di un supermarket americano dagli scaffali stracolmi.

È un peccato quindi che i non indifferenti pregi del film, la sua tensione, la sua efficacia, vengano inficiati a tratti da alcune di scivolate di tono un po' grossolane, presentando situazioni e personaggi consoni ad una tipologia di film decisamente più banali e standardizzati, e che non sempre le analisi psicologiche dei protagonisti siano efficaci a tutto tondo. Ma peccato soprattutto per la retorica patriottica che emerge nel finale: ma le decisioni di James mettono i brividi non solo per le ambiguità politico-ideologiche che potrebbero nascondere (e quasi sicuramente nascondono), ma forse soprattutto perché simbolo dell'incapacità di confrontarsi con la realtà della vita, alla quale si reagisce con il rifugiarsi nella pratica ossessiva, meccanica (e più che latentemente suicida) dell'unica attività che si è stati addestrati a compiere e che - di conseguenza - rappresenta l'unico punto fermo in un mondo incerto, liquido, imprevedibile.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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