The German Doctor: recensione del film di Lucía Puenzo

06 maggio 2014
3.5 di 5

Attraverso il personaggio di Joseph Mengele, la regista prosegue il discorso sulla ricerca di un'identità.

The German Doctor: recensione del film di Lucía Puenzo

Dopo Adolf Eichmann, incarnazione della banalità del male secondo la filosofa Hannah Arendt, un altro criminale nazista fa la sua comparsa in un film della stagione.
Si tratta di un personaggio certamente più inquietante, sottile e affascinante del burocrate processato a Gerusalemme nel 1961, un signore dai modi gentili ossessionato dal mito della purezza ariana, da raggiungere ad ogni costo, meglio se con bisturi, iniezioni, provette e ormoni.

Folle visionario e presunto avanguardista, Joseph Mengele diventa nell'opera terza di Lucía Puenzo l'orco di una favola terrificante nella quale, fra boschi non troppo dissimili da quelli in cui si aggirava Cappuccetto Rosso, una bambina non abbastanza cresciuta incontra un lupo cattivo che, invece di mangiarla, le offre una possibilità di essere uguale agli altri.
L'anima per l'omologazione, dunque, e non certo per l'immortalità.

Ora, chi conosce il cinema della giovane regista argentina si accorgerà subito che questo personaggio, passato alla storia per i suoi aberranti esperimenti genetici sui prigionieri di Auschwitz, non è troppo dissimile dal dottore che in XXY vuole "intervenire" sull'ermafrodita Alex, ma in The German Doctor, che pure sa parlare la lingua della delicatezza, il tema della ricerca di un'identità sessuale o semplicemente fisica risplende di una luce ben più livida perché si amplifica in una riflessione sulla manipolazione del corpo stesso.
E se la famiglia nella quale Mengele viscidamente si insinua è un'invenzione, l'ossessione del dottore nazista per le bambole è del tutto vera e funziona come doppio macabro dell'interesse che il personaggio ha per le creature in carne ed ossa.

Possiamo allora parlare di horror?
Pur introducendo un giocattolo che è uno degli oggetti principe dei film del terrore, la Puenzo sfiora appena il genere, perché la paura si placa (o forse si raggela) nella pace di un paesaggio magnifico, cristallino, quieto ai limiti dell'immobilità.
E' un bel contrasto che consente alla regista di interrogarsi su una contraddizione ancor più spaventosa: la ragione per cui un paese di sangue prevalentemente misto come l'Argentina accettò di nascondere tanti criminali nazisti, nello specifico il motivo per il quale gli atteggiamenti filo-hitleriani della comunità tedesca della città di Bariloche non conobbero abbastanza oppositori.
A queste domande Lucía Puenzo non dà risposte, lasciando che il mistero del film rimanga nell'aria anche a visione ultimata.

E' più maturo e complesso The German Doctor rispetto a XXY e anche più vicino a noi di quanto pensiamo: la bellezza e la perfezione non sono forse delle manie squisitamente contemporanee? Non è una forma di violenza quella che infliggiamo ai nostri corpi non appena li vediamo guastarsi come natura vuole che accada?

 



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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