The Father - Nulla è come sembra: la recensione del film

26 aprile 2021
4.5 di 5
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Con The Father, Florian Zeller firma un'opera prima coinvolgente e sconvolgente che, con lo straordinario talento di Anthony Hopkins e l'intelligenza della messinscena, ci offreun'esperienza cinematografica e umana di cui fare tesoro. La recensione di Daniela Catelli.

The Father - Nulla è come sembra: la recensione del film

I film sulla vecchiaia e sui disturbi che la accompagnano ci sono apparsi spesso ricattatori e moralmente devastanti. Il cinema, com'è giusto che sia, racconta anche la vita umana nei suoi aspetti meno felici, come la decadenza fisica e la morte, ma per sfuggire alla spettacolarizzazione della malattia ed evitare la ricerca della lacrima facile serve un approccio particolare. Florian Zeller con The Father, che ha adattato con Christopher Hampton da una propria pièce teatrale in questo sorprendente debutto cinematografico, ha dimostrato di avere l'intelligenza e il talento necessari per affrontare il tema in modo stimolante e offrire allo spettatore, che non è mai coinvolto passivamente, le tessere di un puzzle da ricostruire, come affannosamente cerca di fare il suo protagonista.

È in questa corrispondenza tra l'azione dei personaggi in scena e la reazione emotiva del pubblico, che il film si ancora da subito nella nostra coscienza, catturando e mantenendo desta la nostra attenzione. In quello che vediamo c'è un riflesso del nostro vissuto o delle nostre paure, comprendiamo con dolore attraverso il protagonista e le persone a lui vicine cosa significhi perdere i propri punti di riferimento, attaccarsi alle piccole cose, non riconoscere l'ambiente che ci ha sempre rassicurato. E lo facciamo mentre cerchiamo di mettere a fuoco l'insieme, di unire le tessere del puzzle della vita e della personalità di questo anziano padre spaventato e confuso, di volta in volta consapevole e dimentico del tempo e delle buone maniere, divertente e respingente, disorientato e stupito da quella figlia che cambia volto, che è sposata, divorziata, nubile, deve partire per Parigi oppure no, mentre l'altra, la sua preferita, da tempo non viene più a trovarlo; indispettito dagli estranei e dalle sconosciute pazienti, sorridenti o ostili che si insinuano in casa sua, che lui non (ri)conosce, così come non si orienta nei luoghi a lui famigliari, ma a cui cerca di contrapporre la propria ferrea volontà di padre e proprietario. Frammenti di realtà che diventano le tessere di un giallo, quello della memoria che si frantuma e della coscienza che cerca di tornare a galla, assai più appassionante e reale, almeno per noi, delle continue variazioni sul tema di Christopher Nolan.

Cosa resta di noi quando la coscienza pian piano ci abbandona? Quando torniamo indifesi come bambini, testardi e capricciosi, spaventati e perduti come quando ci capitava di svegliarci nel buio della notte con un senso di solitudine e disorientamento paralizzante? Anthony Hopkins, mai tanto grande e misurato, anche nei momenti di eccentricità richiesti dal personaggio, rende toccante e preziosa la fragilità di un uomo che ha vissuto una vita lunga e piena di chissà quanti eventi e che aprendo la porta al mattino si trova di fronte a persone sempre diverse, confonde volti e ricordi, tratta con durezza chi gli vuole bene ma non può vivere con lui, non sa più cosa sia reale e cosa no e non comprende perché nel suo appartamento qualcuno abbia cambiato la disposizione delle stanze. Un uomo elegante e dignitoso la cui unica certezza è ormai l'orologio che porta al polso e che scandisce il tempo di questi strani giorni in cui non sa l'ora di cena è forse quella di colazione.

Basta uno sguardo d'un tratto smarrito, un cambiamento nella postura, nel tono della voce, e Anthony si trasforma, ci fa balenare davanti agli occhi un'immagine di quello che poteva essere stato, e non è più. Per raccontarci la storia del padre, Zeller non si limita a riproporre la messinscena teatrale, ma ci coinvolge nel viaggio interiore del protagonista e di chi gli sta vicino, trasmettendoci lo stesso senso di spaesamento, fino ad un finale tanto vero e raggelante nella sua semplicità da lasciarsi senza parole ma con una commossa comprensione del dolore di un essere umano che arriva in questo modo al termine della sua vita, bisognoso di esser preso con mano come un bambino che impara a camminare. Anche se si svolge interamente all'interno di quattro mura, The Father non riproduce pedissequamente gli spazi e le quinte di un palcoscenico teatrale, ma grazie alla regia e all'uso sapiente del montaggio, della scenografia e delle interpretazioni del cast, ci offre un'esperienza cinematografica davvero unica, capace di farci riconoscere nelle vite degli altri, come solo il grande cinema d'autore è in grado di fare.



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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