The Farewell: la recensione della dramedy scritta e diretta da Lulu Wang presentata alla Festa del Cinema di Roma

19 ottobre 2019
3.5 di 5
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Indie americano che si allontana dagli stereotipi dell'indie americano, e che racconta con leggerezza e originalità una storia di commovente semplicità.

The Farewell: la recensione della dramedy scritta e diretta da Lulu Wang presentata alla Festa del Cinema di Roma

"Tratto da una bugia vera".
È questo l'insolito e ironico cartello che apre The Farewell, e che getta subito una luce stranamente leggera su quella che dovrebbe essere una vicenda squisitamente drammatica. La storia del film, infatti, è quella di una ragazza cinese trentenne, che vive in America da quando ha sei anni, che torna in Cina con tutta la famiglia per star vicina alla nonna, cui è stato diagnosticato un tumore terminale ai polmoni ma che è all'oscuro di questa diagnosi. È costume cinese, infatti, nascondere fino all'ultimo a chi sta per morire la verità sulle loro condizioni: perché, recita il detto, non è la malattia a uccidere, ma dolore che si prova a sapere.

Da un lato la Cina, quindi, e dall'altro invece la cultura americana, comunque occidentale, individualista e in qualche modo "malata" di verità a tutti i costi. E, ovviamente, da un lato la verità e dall'altro le bugie bianche, quelle a fin di bene, che servono a far vivere meglio le persone cui vengono raccontate.
Gira tutto attorno a queste due opposizioni, l'opera seconda di Lulu Wang, che si basa su quello che è realmente accaduto alla nonna, e su quello che ha provato nel conflitto interiore tra la cultura della sua famiglia e quella del paese dove è cresciuta.
A queste, con intelligenza, Wang aggiunge quella tra dramma e commedia, scegliendo in tutti e tre i casi di non risolvere nettamente lo scontro, ma di lasciare che gli opposti si mescolino fino a renderli quasi indistinguibili.

Non è l'unico merito di The Farewell, questo. Un film indipendente (c'è dietro l'etichetta indie più cool del momento, l'A24) che però sempre rifiutare sia le eccessive carinerie che le ostentate ruvidità di tanto, troppo cinema indie americano di questi anni, e che gioca invece a spiazzare le spettatore, tanto nella sua forma quanto nel suo contenuto.
L'affrettato matrimonio di un cugino della protagonista Billi, il paravento dietro il quale si nasconde tutta la famiglia accorsa al capezzale dell'anziana e ignara matriarca, è lo spunto principale per gli elementi comedy del film, che quando poi si allunga verso la commozione, lo fa sempre in modo tanto obliquo, o per converso tanto semplice, da evitare ogni possibile forma di patetismo, più o meno ricattatorio.
E le tante diverse dialettiche che si vengono a creare tra i vari componenti della famiglia servono come distrazione e ampliamento di quella principale, che è quella tra nonna e nipote, rispettivamente interpretate da Zhao Shuzhen e Awkwafina, rapper e attrice negli States notevolmente più popolare che da noi (e la sua performance così naturale e naturalista spiega, almeno in parte, perché).

Wang si avvicina e si allontana di continuo dai personaggi e dal cuore dei loro sentimenti, cogliendone la verità per poi fare passi indietro e mostrare complessità ulteriori che non riguardano solo la storia di una famiglia, ma aspetti della Cina contemporanea e del suo essere sempre più sospesa tra tradizione e modernità, e perfino qualche discretissima, quasi invisibile annotazione filosofica su vita e morte, spesso camuffata dall'umorismo che la accompagna.
Così, quando si arriva a un finale che appare inevitabile, raccontato da Wang con un rigore morbido ed elegante, non sorprende nemmeno più di tanto la notazione piazzata in un finalissimo che, in un modo o nell'altro, è un ottimistico inno alla vita. Anche di fronte alla morte.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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