The Eichmann show: la recensione del film sulla storia vera del processo a Eichmann

12 maggio 2020
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Per la prima volta nel 1961 le immagini televisive proposero in tutto il mondo le testimonianze di sopravvissuti all'Olocausto che condannarono Adolf Eichmann.

The Eichmann show: la recensione del film sulla storia vera del processo a Eichmann

L’inizio degli anni ’60 segnò una svolta cruciale nell’elaborazione pubblica del lutto atroce della Shoah. I sopravvissuti, infatti, dopo la fine della Seconda guerra mondiale risposero alle domande che gli veniva posta su chi fossero, da dove venissero, anche perché spesso erano emigrati altrove, soprattutto nella nascente Israele. Ma si sentirono dire che non poteva essere vero un simile orrore, che stavano mentendo. Per cui i testimoni smisero di raccontare cosa era loro successo, di parlare della Shoah, di Auschwitz, dei campi di sterminio. Cambiò tutto, nello stesso periodo, quando a Francoforte un coraggioso giudice tedesco, Fritz Bauer, iniziò a indagare seriamente sugli sterminatori rimasti in vita, nonostante le pressioni politiche e della magistratura di non farlo, e nel momento in cui, in una strada polverosa della periferia di Buenos Aires, anche grazie a una soffiata dello stesso procuratore, venne rapito dal Mossad e portato nello stato di Israele Adolf Eichmann.

Un momento chiave per lo stato creato solo tredici anni prima, che volle sottoporre a processo, a Gerusalemme, di fronte a un procuratore ebreo, il principale burocrate pianificatore della Soluzione finale del problema ebraico rimasto in vita. La produzione The Eichmann Show si propone di raccontare il dietro le quinte della ripresa televisiva, andata poi in onda in tutto il mondo, del cosiddetto “processo del secolo”, nel corso del 1961. Un compito enorme, portato a compimento con un certo scrupolo, ma anche senza approfondire molti aspetti e interrogativi sollevati dalla visione.

Al centro della scena, naturalmente, l’aula del tribunale e soprattutto Eichmann, ma anche il produttore di questo evento epocale, Milton Fruchtman (Martin Freeman), e il documentarista da lui scelto per dirigere le riprese, Leo Hurwitz (Anthony LaPaglia), ebreo americano inserito nella lista nera del senatore McCarthy. Una produzione complessa, frutto di un accordo dopo un’iniziale scetticismo da parte delle autorità israeliane, che compresero l’importanza cruciale per il mondo intero di vedere e ascoltare per la prima volta testimoni dei campi, cosa che avrebbe aiutato anche il superamento della vergognosa vulgata nello stesso stato ebraico di considerare i sopravvissuti come una sorta di deboli incapaci di opporsi, se non addirittura di complici.

Se Fruchtman cercò la spettacolarità del primo piano commosso dei testimoni, anche per mantenere un’audience presto distratta dall’avventura nello spazio di Gagarin e dalla Baia dei Porci, da subito Hurwitz mostrò un’ossessione per Eichmann, alla ricerca disperata di una reazione di minima umanità, dopo giorni e giorni di rievocazioni atroci e immagini insopportabili. Anche per confermare la sua preoccupazione su un possibile ritorno del fascismo, da lui considerato una deformazione possibile di ognuno di noi, e non un fenomeno mostruoso che non ci riguardi tutti, e quindi meriti costante attenzione.

Paul Andrew Williams, il regista, ha mescolato le ricostruzioni con immagini di repertorio in bianco e nero, ormai diventate iconiche, così come le espressioni impassibili dell’imputato. Lo sguardo della camera, guidata da operatori locali, che inchiodano per la prima volta Eichmann alle sue responsabilità: una testimonianza fortissima del potere della televisione, dell’irruzione di una nuova età dei mass media. “È perso”, gridano fra di loro in regia finalmente, verso la fine, quando il procuratore interroga per giorni l’imputato. Più un grido di speranza che una certezza emersa da quell’aula, frequentata anche da Hannah Arendt, che avrebbe poi tratto da quelle udienze l’immortale opera, e definizione: La banalità del male.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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