The Deep: la recensione del film di Baltasar Kormákur tratto da una incredibile storia vera

17 luglio 2019
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Quella di un pescatore islandese sopravvissuto al naufragio del suo peschereccio e alle gelide acque dell'Oceano Artico.

The Deep: la recensione del film di Baltasar Kormákur tratto da una incredibile storia vera

C'è poco da fare. Puoi anche avere un'innata propensione per il genere, e una spettacolarità assai poco cinefilo-festivaliera, che ti hanno fatto fatto volare fino a Hollywood (e, ironicamente, aprire il Festival di Venezia di qualche anno fa): ma, se sei islandese, ti porti evidentemente appresso nel DNA qualcosa che t'impedisce di fare il passo più lungo della gamba, che ti fa tenere i piedi per terra, e che ti ricorda che, alla fine, le cose importanti sono quelle più semplici.
Sono gli affetti, le persone: quelle care e pure quelle meno care. Sono la tua comunità e la tua terra. La terra, il fuoco, il mare.
È grazie a questa roba qui - una roba che se vieni da un’isola vulcanica nel mezzo dell’Atlantico settentrionale, abitata da poco più di trecentomila di persone in tutto, a fronte di una superficie che è circa quella di tutta l’Italia settentrionale, ti porti dentro per forza - se Everest, il film veneziano di Baltasar Kormákur, riusciva a mantenere un’attenzione così forte ai personaggi e ai loro sentimenti all’interno di una cornice hollywoodiana, e a funzionare bene come funzionava.
A maggior ragione, non sorprende nemmeno che, grazie a questa roba qui, Kormákur faccia funzionare anche The Deep: che è un film islandese in tutto e per tutto (come bandiera produttiva, come ambientazione e come spirito), e che si concentra su un personaggio solo, raccontandone la straordinaria semplicità così come quello che ha di fuori dall’ordinario, ma senza voler per forza scavare, alludere, ipotizzare. Mantenendo lo sguardo fisso, e i piedi per terra.

La storia di The Deep è quella - realmente accaduta, e molto nota in Islanda - di un pescatore che, dopo il naufragio del suo peschereccio a molte miglia di distanza dalla costa, e dopo la morte dei suoi amici, è riuscito inspiegabilmente a sopravvivere nelle acque gelide dell’Oceano (di poco superiori allo zero termico), e a nuotare fino alla riva, salvandosi la vita e diventando oggetto di stupore e di studio.
Per raccontarla, Kormákur sceglie un approccio molto classico e molto lineare: una fase introduttiva che serve a raccontare il personaggio, Gulli, la sua semplicità e la sua generosità; la navigazione in mare, che da subito mostra qualche piccola difficoltà, quelle difficoltà che poi risulteranno fatali; la solitudine in mare, e il faticoso raggiungere la terraferma; infine, l’attenzione popolare, mediatica e scientifica su questo protagonista.
Lo sguardo del regista è fluido, essenziale, magnetico perché privo di fronzoli inutili e anti-spettacolare.
Si concede solo qualche flashback, dal momento dell’incidente in avanti, per raccontare passato di Gulli, e il suo sentire interiore da quel momento in poi. Si appoggia alla ottima interpretazione di Ólafur Darri Ólafsson, perfetto per la parte non solo fisicamente, ma nella sua capacità di restituire in maniera credibile la forza calma di Gulli, lo stupore e il fastidio che prova per il clamore che suscita attorno a sé, la silenziosità e la modestia, il calore della sua umanità e della sua semplicità, che si esprime anche senza le parole.

Quel calore lì, sembra raccontare Kormákur, è stato il segreto della sua sopravvivenza in condizioni che non avrebbero permesso a nessun altro di rimanere in vita.
Di fronte allo sbalordimento degli scienziati, cui non bastano grasso corporeo e enzimi a spiegarsi cosa sia successo, sembra provare lo stesso fastidio del suo protagonista, che invece di ergersi a fenomeno o a eroe si ritrae, e non si dà pace per i compagni morti in quel mare freddo e scuro. Che quasi si sente in colpa per esser sopravvissuto, ma che è sopravvissuto anche perché non voleva lasciare conti aperti morendo in quel modo.
Gulli, e Kormákur, sanno che la sua straordinarietà, in fondo, è poco più che casuale. Che indipendentemente da come funzioni il suo corpo, è la sua testa, e come funziona, la cosa importante. È la cosa che lo rende straordinario davvero: proprio perché così straordinariamente ordinario, in un mondo - quello in cui viviamo - dove tutti si sentono speciali e superiori.
Non tutti, purtroppo hanno a disposizione l’imponenza della natura islandese per ricordarsi il loro posto in questo mondo.
E per capire, a volte, è meglio osservare, senza necessariamente voler scavare.

The Deep
Il Trailer Italiano Ufficiale del Film - HD


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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