The Congress: la recensione del film con Robin Wright

29 maggio 2014
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Semi-cartoon lisergico dove le distopie di Stanislaw Lew incontrano il tentativo di farsi Paprika dell'immaginario filmico.

The Congress: la recensione del film con Robin Wright

Ibridare la fantascienza distopica e angosciante di Stanislaw Lem con un ragionamento nostalgico-luddista sulla morte del cinema: è questo quello che Ari Folman - il regista israeliano sproporzionatamente acclamato per Valzer con Bashir - ha tentato di fare con The Congress, suo personale adattamento de “Il congresso di futurologia”, una delle opere più celebri dello scrittore polacco.
Perché la parabola lisergica di Lem su di un mondo dominato da una chimica capace di sintetizzare le emozioni e di annullare le personalità individuali, viene fatta marciare da Folman parallelamente alla storia di un'attrice (Robin Wright, che interpreta sé stessa prima della svolta di House of Cards) che cede alla richiesta di cessione totale dei diritti sulla sé stessa attoriale dopo una scansione totale del suo corpo, e che anni dopo è l'ospite d'onore di un congresso che segna un passo ulteriore verso la morte del cinema come lo conosciamo.

Semi documentaristico nella prima, breve parte in live action, nel corso della quale la Wright si convince ad abbandonare le scene per far spazio ad una Robin virtuale e digitale, The Congress si tramuta in un cartoon allucinato dalle fasi del congresso in avanti: una scelta che permette a Folman di riprendere lo stile che gli aveva garantito il successo con il suo precedente film e di procedere con la massima libertà attraverso mondi allucinati e concentrici, facendoci precipitare dentro la sua eroina come in un buco nero esistenziale, identitario, cinematografico.

Per gestire una tale architettura narrativa, e ambizioni tematiche tanto ampie (spazianti dallo specifico cinematografico all'apocalisse sociale), ci sarebbe però voluta la mano di un regista capace di gestire in maniera meno superficiale la complessità dei livelli e dei rimandi: Folman, ammiccando costantemente al patrimonio culturale hollywoodiano e appoggiandosi sul facile (e vagamente ricattatorio) motore narrativo delle ansie e delle paure materne, si accontenta invece dell'estetica tralasciando l'etica.

A lungo andare, anche l'incedere cartoonesco si fa ripetitivo e schematico, massificato come l'immaginario che The Congress cerca di criticare, anemico e afasico come le personalità soggiogate dalla chimica.
Compiaciuto di sé stesso, Folman si fa prolisso, mira ai bersagli più facili, e il suo tentativo di essere un Paprika dell'inconscio cinematografico si arena nelle sabbie mobili dell'accumulazione, annacquando le visioni e le teorie del'originale di Lem.
Al termine della visione, non è bene chiaro dove Folman volesse realmente andare a parare, e se al di là delle retoriche più evidenti e degli aspetti visivi, il suo The Congress nasconda riflessioni o pensieri davvero necessari e urgenti.

 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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