The Canyons - recensione del film di Paul Schrader

30 agosto 2013

Cinema is not dead, we are. È uno slogan che va di moda, ultimamente, e che di certo sembra applicarsi perfettamente a The Canyons, operazione ultrateorica che unisce i talenti diversamente ribelli di Paul Schrader e di Bret Easton Ellis

The Canyons - recensione del film di Paul Schrader

Cinema is not dead, we are. È uno slogan che va di moda, ultimamente, e che di certo sembra applicarsi perfettamente a The Canyons, operazione ultrateorica che unisce i talenti diversamente ribelli di Paul Schrader e di Bret Easton Ellis, legati fra loro dall’impronta che hanno lasciato sugli anni Ottanta e che gli anni Ottanta hanno lasciato su di loro.
Schrader lo mostra in una maniera che più evidente non si può: apre il suo film su sale cinematografiche deserte, degradate, abbandonate. Usa quelle immagini come copertina per ogni capitolo, per ogni giornata che racconta nel suo film, chiare metafore del deserto e della rovina interiore, relazionale ed emotiva dei personaggi che le vivono. Teoria, appunto, e non particolarmente nuova né sconvolgente.

Paul Schrader sembra fare quello che può, senza troppi affanni, per salvare dal naufragio un film condotto con alterata testardaggine dal suo sceneggiatore verso un approdo oramai utopico, cronologicamente e temporalmente impossibile. Certo, il regista non resiste ad ammiccare all’estetica e all’etica di Hardcore e American Gigolo, ma il peccato in questo caso è veniale.
Più grave, nella sua incoscienza, che Ellis abbia voluto replicare, nella sua prima sceneggiatura originale per il grande schermo, il medesimo repertorio tematico ed estetico che l’ha reso celebre trent’anni fa con i suoi romanzi, senza alcun tentativo di rielaborazione o di adeguamento ai tempi. Non perché convinto che oggi le cose stiano ancora come allora, ma per un compiacimento autoriale chiaro e dichiarato da numerosi ammiccamenti retorici.

All’edonismo (anche personale e non solo letterario) di Ellis, così sfrontato, alla lunga Schrader non è in grado di rispondere, come fatto invece da Gregor Jordan nel recente The Informers, altra sceneggiatura di Ellis che già mostrava il germe dell’infezione a venire.
Lo asseconda, anzi, perdendosi anche lui in un viaggio nel tempo impossibile, nel quale il vuoto e l’ordine algido e malato dei luoghi, delle persone, delle dinamiche che racconta, non è più riempito da alcun senso.
E in quel vuoto, tra quegli arredi gelidi e quei caratteri afasici, narcisisti e malati, i tanti difetti del film, comprese delle interpretazioni rigide e squilibrate, riecheggiano con drammatica testardaggine.
Cinema che così muore, qualsiasi sia la sorte dei suoi spettatori.




  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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