The Cage - Nella gabbia: la recensione del dramma sportivo con Aurora Giovinazzo

20 febbraio 2024
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Debutto alla regia di un film di finzione da parte di Massimiliano Zanin, The Cage ha molti motivi di interesse, a partire dalla performance di Aurora Giovinazzo. La recensione di Daniela Catelli.

The Cage - Nella gabbia: la recensione del dramma sportivo con Aurora Giovinazzo

Giulia e Alessandro sono due giovani uniti da un legame profondo, nato anche dal dolore che li ha colpiti: lei figlia di madre tossicodipendente morta e lui che ha perso entrambi i genitori in un incidente stradale. Conosciuti nella casa famiglia gestita dal carismatico Padre Agostino, cui Alessandro è devoto ai limiti della sottomissione, convivono e dividono il lavoro in una piccola struttura che gestisce grandi felino sottratti allo sfruttamento. Ma la vera passione di Giulia è l’MMA, combattere sul ring rinchiuso in una gabbia metallica, nella disciplina delle arti marziali miste, dove tutto o quasi è consentito, e dove è stata sconfitta in un brutale match da Beauty Killer, che le ha tolto non solo il possibile successo ma anche qualcosa che non sapeva di avere. L’idea della rivincita la ossessiona e la allontana da Alessandro che fa di tutto per farla fallire. Ma l’istinto e la voglia di riscatto sono più forti di tutto.

Dopo una lunga carriera come sceneggiatore e assistente sul set di Tinto Brass, cui ha dedicato un documentario (un altro in co-regia l’ha dedicato a Joe D’Amato/Aristide Massaccesi), Massimiliano Zanin per il suo primo lungometraggio di finzione sceglie una storia sportiva molto moderna e altamente metaforica, scrivendo e dirigendo The Cage – Nella Gabbia, che arriva al cinema dopo esser stato presentato in anteprima fuori concorso alla Festa del cinema di Roma nella sezione Panorama Italiano di Alice nella città. Ed è un debutto convincente che vale la pena di vedere soprattutto per i protagonisti, bravissimi e affiatati, per le scene di combattimento e la regia sicura, che riesce a far dimenticare qualche ingenuità nella scrittura, come il parallelo, chiaro fin dall’inizio e forse un po’ troppo esplicitato, tra le nostre gabbie mentali e sociali e quelle reali in cui sono rinchiuse delle maestose tigri. Parla di tante cose The Cage: dei vincoli e delle costrizioni che ci creiamo, della rabbia che dobbiamo sfogare e che ci induce a volte anche a farci del male, della creazione della propria strada nella vita, di rapporti tossici che cercano di impedirtela. Interessante è l’aver scelto a MMA, questo particolare tipo di disciplina sportiva che, come la boxe, che ne è solo una componente per quanto importante, attira un crescente numero di giovani e anche di ragazze. Cosa può spingere verso uno sport in cui si soffre davvero e ci si fa male fisicamente, se non la voglia di liberarsi dalle catene e dalle costrizioni sociali, incanalando la propria aggressività in modo legittimo e tenendo a bada il proprio istinto?

Giulia non sa liberarsi, una volta messa a terra dall'avversaria, dalla tipica mossa dello strangolamento: questo le è costato la sconfitta e molto altro, perché rimettersi in piedi quando tutto ti costringe al suolo è la cosa più difficile. Su questo lavora soprattutto la sua allenatrice, Serena (una Valeria Solarino estremamente convincente), che ha un passato di rifiuto e sconfitta e che in lei vede una giovane se stessa e l’occasione di una rivalsa. Nel film compare la vera campionessa Micol Di Segni, oltre ad altri veri personaggi dell’ambiente come Alessio Sakara (l'allenatore di Beauty Killer), ma per noi profani ma amanti della nobile arte, l’emozione più grande è vedere Patrizio Oliva, campione olimpionico, europeo e mondiale sul ring, nel ruolo dell’allenatore di boxe. Per ultimo veniamo ai protagonisti, che meritano la chiusura: Aurora Giovinazzo nel ruolo di Giulia buca letteralmente lo schermo, col fuoco che le arde negli occhi, la durezza dei lineamenti che si scioglie in una bellezza luminosa e un uso del corpo esemplare nelle scene di lotta. Ma se la sua è una conferma, ci ha colpito moltissimo anche Brando Pacitto, ingrassato e rasato per un ruolo non facile, capace di rivelare tutte le sfumature di un carattere fragile che si fa strumento di possesso e sopraffazione. Ha poco tempo scenico ma lascia il segno anche Desirée Popper nella parte dell'antagonista. Nel ruolo di Padre Agostino il sempre impeccabile Fabrizio Ferracane dipinge in modo molto plausibile una figura di sacerdote manipolatore e arricchisce le scene in cui compare. Ciliegina sulla torta: la bella colonna sonora di Motta, autore anche con Danno di un bel brano rap. Ottimo anche l’uso delle location in quello che in definitiva è un esordio interessante, che ci aspettiamo di veder confermato in futuro.



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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