The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca: la recensione del film di Lee Daniels

20 dicembre 2013
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Con linguaggio hollywoodiano il regista racconta la lotta per i diritti civili degli afroamericani

The Butler - Un maggiordomo alla Casa Bianca: la recensione del film di Lee Daniels

Perdonateci l'espressione non troppo aulica, ma è proprio il caso di dire che in tempi di Downton Abbey-mania, un film come The Butler capita a fagiolo.
Anche se, ispirandosi a un famoso articolo del "Washington Post" poi diventato un libro, l'impegnato Lee Daniels non aveva certo in mente di dare il suo personalissimo contributo al filone racconti di maggiordomi, valletti e servitori, certamente ha cavalcato l'onda, consapevole del fascino che sempre esercita, sul grande schermo, il mondo di sopra narrato attraverso lo sguardo disnincantato del mondo di sotto.

Eppure la storia di Cecil Gaines non è affatto un altro Gosford Park o un nuovo Quel che resta del giorno, perchè la cronaca degli oltre trent'anni di servizio dell'uomo che conobbe i segreti di sette presidenti serve al regista per proseguire e ampliare il discorso intrapreso nel 2009 con Precious.
Se quel film era la denuncia di un'America cieca – o più semplicemente indifferente – alle proprie sacche di povertà e disperazione, questo sventola orgogliosamente la bandiera della comunità afroamericana, che dopo aver subito intolleranza, segregazione e negazione dei fondamentali diritti umani,ha trovato nella presidenza di Barack Obama e nel suo “yes we can” il giusto risarcimento per anni di battaglie e ingiustizie.

Alternando la quotidianità del suo maggiordomo, magistralmente interpretato da Forest Whitaker, alle violenze perpetrate nel Sud e alle rivendicazioni dei Freedom Riders e delle Black Panters, il regista ha saputo scrivere un comprensibilissimo bignami della storia politica degli Stati Uniti, rendendola godibile 
in virtù del fatto che la lotta si svolge parallelamente nella famiglia del protagonista e di conseguenza nel suo cuore.
Non c'è la demonizzazione dell'uomo bianco in The Butler, che oltre a riconoscere il valore di JFK rende un po' meno sgradevole l'odioso Nixon.
Inoltre, ciò che a una prima occhiata appare retorico, in realtà è frutto della passione civile di Daniels, che si interroga, prima di ogni altra cosa, sulla legittimità del rispondere alla violenza con altra violenza.

Tornando a Precious, The Butler potrebbe essere considerato come il suo fratello ricco e mainstream. La scomodità del primo e la sua totale assenza di un messaggio di speranza sono state soppiantate, nel secondo, dalle regole del classico film acchiappa-Oscar, e se questa mutazione ha il suo lato positivo nella qualità e nella composizione delle immagini, e nel grandissimo cast utilizzato, viceversa influisce negativamente sull'impatto emotivo della vicenda.
The Butler culla lo spettatore, turbadolo sulle prime per poi in qualche modo rassicurarlo.
Ma forse di Claireece "Precious" Jones ne basta una sola e non è detto che al cinema si vada per soffrire. Le lacrime comunque sono garantite, come richiede ogni buon “polpettone”.

 



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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