The Box - recensione del film di Richard Kelly

20 luglio 2010
4 di 5

Partendo da un celebre racconto di Richard Matheson, già divenuto un episodio di "Ai confini della realtà", Richard Kelly infila nella sua scatola cinematografica temi e suggestioni che vanno dal thriller psicologico alla fantascienza, passando per il fantastico, il mistico

The Box - recensione del film di Richard Kelly

The Box - recensione del film di Richard Kelly

 Esaltato dopo Donnie Darko, demolito e bistrattato dopo Southland Tales, Richard Kelly è rimasto ammirevolmente (im)mobile, coerente con sé stesso. Piedi ben piantati nella sua idea di cinema e le sue ambizioni, il giovane autore americano ha mantenuto il baricentro basso, procedendo per il suo cammino senza farsi sbilanciare o disorientare dall’uno o dall’altro commento.

E un film come The Box non sarebbe potuto mai nascere, senza questo atteggiamento testardo tipico di chi ha un’idea e la vuole perseguire, senza quella che appare sempre più come una lucida e affascinante follia. Perché The Box è la scatola (non più) segreta dell’immaginario e delle ossessioni di Kelly: una scatola riempita all’inverosimile di suggestioni, ricordi, impressioni, dichiarazioni, temi che spaziano dal pop più basso al filosofico più altro: tutti eterogenei, ma ricombinatisi insieme secondo quell’affascinante e paradossale ordine che deriva solo dal caos estremo.

Prendendo lo spunto da un celebre racconto di Richard Matheson - già divenuto un episodio di “Ai confini della realtà” - Richard Kelly lascia che il suo film parta da basi solide e in qualche modo codificate, ma si dipani attraverso una catena ininterrotta di mutamenti e di evoluzioni, che lo portano a diventare oggetto fluido, eterogeneo, indefinibile. The Box mescola al suo interno il thriller psicologico e la fantascienza, il fantastico e le ossessioni paranoidi, il racconto morale con la deriva mistica: a ogni svolta, sorprende e colpisce, riuscendo allo stesso tempo ad essere incredibilmente centrato e coerente con i suoi misteriosi intenti.

Ancora una volta, come nei suoi due film precedenti, Kelly ci mette di fronte alla nostra incompiutezza e alle piccole e grandi meschinità che ci contraddistinguono, al caos del mondo mascherato sotto un ordine freddo e inquietante, e individua nel sacrificio di sé l’unica possibile via d’uscita ad un impasse immotamente distruttiva. Il tutto tracciando coordinate metafisiche che individuano la trascendenza in luoghi intimamente (in)soliti, lavorando su una visione morale, religiosa ed escatologica personalissima ed eretica, fumosa ma niente affatto vacua. E mantenendo una lucidità cinematografica esemplare, utilizzando il meccanismo e (perché no?) i trucchi che permette con mano sicura e beffarda.

Come risultato, The Box è un film inquieto e affascinante, che cattura e destabilizza: nella compiutezza della sue spropositate ambizioni così come nella profonda umanità delle sue imperfezioni. A questo punto bisognerà rivedere e ripensare anche il bistrattato Southland Tales.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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