The Bleeder: recensione del film con Liev Schreiber presentato al Festival di Venezia 2016

02 settembre 2016
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Il film è la storia vera di Chuck Wepner ch resistette 15 round contro il più grande pugile di ogni tempo, Muhammad Ali.

The Bleeder: recensione del film con Liev Schreiber presentato al Festival di Venezia 2016

Dopo il leggendario Rumble in the Jungle, quella volpe di Don King voleva per Muhammad Alì un combattimento facile, e s'invento la necessità di una sfida con un bianco. L'unico bianco nella lista dei 10 migliori pesi massimi dell'epoca era Chuck Wepner, pugile del New Jersey noto per sanguinare molto dalle ferite al volto (da cui il soprannome "The Bayonne Bleeder"), per il carattere buffonesco e per la passione per le feste e le donne che lo metteva spesso nei guai con la moglie.

Wepner veniva dato dai bookmaker 40 a 1, Alì sosteneva che l'avrebbe messo k.o. entro il terzo round, e nessuno nutriva reali speranze per la conquista del titolo. Wepner non vinse - era pur sempre il più grande pugile della storia quello che aveva davanti - ma, a sorpresa, rimase in piedi per 15 round, fece andare al tappeto Alì (complice un piede malandrino) e non arrivò alla fine dell'incontro, sconfitto da un k.o. tecnico, solo per una manciata di secondi.
La storia epica di Chuck attrasse, all'epoca, l'attenzione di un giovane attore, che scrisse un copione dal quale fu tratto un film che ne lanciò la carriera: quel giovane era Sylvester Stallone, e il film era Rocky.

Ma la vita di Wepner non si è certo fermata dopo l'incontro con Alì e dopo la realizzazione di Rocky, film dal quale non ricavò mai neppure un centesimo. Ed è proseguita in maniera forse meno epica ma sicuramente ricca di episodi e bizzarrie tali (cocaina, occasioni sprecate, tradimenti pagati carissimo, incontri con André the Giant e orsi) da spingere qualcuno a raccontarne anche questa "seconda parte". The Bleeder è questo, il racconto cinematografico di una vita vera più sorprendente di tanta finzione. Ma come come Wepner non era davvero Balboa, anche il film diretto dal canadese Philippe Falardeau è tutt'altro che assimilabile a Rocky.

Liev Schreiber, Elizabeth Moss, Naomi Watts e compagnia sono anche bravi, ma se anche esistono vite più originali e straordinarie di un film, non è detto che il film che si prende l'impegno di raccontarne una debba necessariamente rispecchiarne queste caratteristiche.
La storia può essere comune alla vita vera e al film, ma mentre nella vita il cinema si guarda e basta, in un film il cinema non basta mostarlo (con spezzoni di Una faccia piena di pugni o rievocando il lavoro di Avildsen): bisogna inseguirlo, trovarlo, farlo. E Falardeau non mi pare si sia dannato molto.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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