The Bad Batch: recensione del film di Ana Lily Amirpour in concorso al Festival di Venezia 2016

06 settembre 2016
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Delusione per il nuovo film della giovane regista iraniana di A Girl Walks Home Alone at Night.

The Bad Batch: recensione del film di Ana Lily Amirpour in concorso al Festival di Venezia 2016

Al dispiacere si somma del fastidio, quando vedi un giovane autore che, dopo un esordio promettente, getta alle ortiche quanto mostrato di buono e inizia a girare in maniera arrogante e manierista, inseguendo inutili modelli invece che concentrarsi sulla strutturazione di uno stile e di un immaginario che siano propri. È, ad esempio, quello che è successo a Ana Lily Amirpour: che dopo un film originale, elegante e personale come A Girl Walks Home Alone at Night si è arenata sulle sabbie mobili dell'ego. The Bad Batch è, a dir poco, sconcertante. Un film costruito su scene, paesaggi e silenzi ripresi con supponenza e superficialità, e la convinzione di essere così alla moda e così cool (nel film c'è anche lo zampino di Vice) che, di fronte a quel vuoto - di azione e di senso - qualcuno in platea cadrà in ginocchio o in estasi davanti al genio.

Che l'aria che tira sia brutta, nel film, lo si capisce fin dalle scene inziali, in cui Amirpour indugia fin troppo sugli spazi del deserto texano, e sulle chiappe inguainate da shorts al cocomero di Suki Waterhouse, che è appena un pelo più espressiva della semi-sosia Martina Stella.
Tutto quello che viene dopo (e non è molto, nonostante i 115 minuti di durata e il pastone di generi) si porta appresso lo stesso sguardo blasé e pieno di sé delle scene iniziali, tutta l'inspiegabile voglia della regista di girare un film che vuole ammiccare di continuo allo spettatore, basato però su un copione nel complesso inconsistente (e non solo per il ridottissimo numero di battute affidate agli attori) e a un immaginario quasi sempre derivativo.

Caduta dapprima vittima di una specie di tribù di cannibali, privata di un braccio e una gamba
, e poi fuggita alla volta di una città che dovrebbe essere l'unica forma di utopia possibile nell'immensa prigione raccontata da The Bad Batch, seguiamo la Waterhouse condurci alla scoperta di un mondo popolato da figure bidimensionali, motivazioni insulse, invenzioni farlocche.
Tra un Jason Momoa monosillabico ma artistoide, un Giovanni Ribisi che fa la macchietta del pazzo, Jim Carrey vagabondo nel deserto e Keanu Reeves 1/3 Hugh Hefner, 1/3 Pablo Escobar e 1/2 predicatore televisivo evangelico, la Amirpour racconta un mondo che è la copia sbiadita di quelli di Enzo G. Castellari e di tanti altri ancora, e storie che si cancellano al primo alito di vento.

E se il succo di tutto sta nel mostrare che sono meglio i cannibali per necessità che i falsi e laidi profeti delle società cosiddette civili, beh: allora auguri.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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