Sweet Country: recensione del western australiano presentato in concorso al Festival di Venezia 2017

06 settembre 2017
2.5 di 5
3

Molta forma e poca sostanza per questo western astratto e classicheggiante.

Sweet Country: recensione del western australiano presentato in concorso al Festival di Venezia 2017

Lo capisci subito da quelle prime immagini, belle ma vagamente estetizzanti, e da quel montaggio che inframmezza la linearità del racconto con quelli che capirai essere veloci flashback o flashforward, che Sweet Country è uno di quei film che hanno bisogno di movimentare la superficie per mascherare una certa qual carenza della sostanza.

Poi certo, a livello meramente fotografico Warwick Thornton è bravo e si vede, e con quegli scenari naturali lì, garantiti dal Territorio del Nord dell’Australia, il risultato non è certo da buttare via. Così come è di certo lodevole emergere il passato razzista di quella che oggi è una delle nazioni più civili del mondo, il pregiudizio, lo sfruttamento e la violenza dei bianchi operati sulla popolazione aborigena.
Però quella che per Thornton è, probabilmente, un’economia di racconto che vuole omaggiare la tradizione classica del genere, per lo spettatore - che se è come me si contorce sulla poltroncina, irrequieto, di fronte a questo film - risulta qualcosa di diverso.

Sweet Country non riesce a infondere il calore necessario al racconto della fuga dell’aborigeno Sam, che ha ucciso per legittima difesa un bianco alcolizzato fuori di testa, del manipolo di bianchi che si mettono invano sulle sue tracce, e della resa del nero che non può più portare con sé una moglie rimasta incinta dopo uno stupro.
Dilatato e astratto, e con ambizioni autoriali che penalizzano le parti più sanguigne di una storia che non brilla per originalità (e che rimangono le migliori), il film di Thornton non cattura e non coinvolge.
I volti segnati e azzeccati dei vari protagonisti - tra i quali, quasi irriconoscibile sotto barba e cappello, c’è anche Sam Neill - rimangono immagini superficiali, e il film è esague anche quando cruento, privo di passione anche quando prova a indignare o emozionare.

Tutto il resto è tappezzeria: gli altopiani e i deserti di sale, i fucili che fan saltare via brandelli di carne e i boomerang che sono armi letali, i temporali in lontananza e i processi celebrati per strade polverose col solito gruppo di bifolchi rumoreggianti e alticci che commentano a modo loro, insoddisfatti dello spettacolo cui assistono.
Un po’ come noi.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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