Summer: la recensione del film di Kirill Serebrennikov in concorso al Festival di Cannes 2018

10 maggio 2018
2.5 di 5
8

Partendo dalla vera storia di un gruppo rock sovietico, i Kino, il racconto di una generazione che non ha nemmeno sfiorato la rivoluzione che sognava.

Summer: la recensione del film di Kirill Serebrennikov in concorso al Festival di Cannes 2018

Certo, Leto racconta una storia d’amore e l’amore per il rock, nel contesto non certo solare (e fotografato in bianco e nero) della Leningrado dei primi anni Ottanta.
Ma, così facendo, racconta anche di una generazione che non è riuscita ad attuare la rivoluzione sociale e personale che sognava: perché tutto quello che è avvenuto da quelle parti pochi anni dopo (dall’arrivo di Gorbaciov alla caduta del Muro e tutto quello che è avvenuto dopo nell’ex Unione Sovietica) non è dipeso certo dalla loro voglia di trasformazione.
E Kirill Serebrennikov non esita certo nel condurre la storia e i suoi personaggi lì dove devono andare; lì dove la vera storia di un gruppo, i Kino - che in Russia è considerato alla stregua dei Beatles - obbligava a condurre; lì dove gli serviva per quello che voleva raccontare.

È estate (in russo “leto”, appunto) quando Viktor Coj - il futuro leader dei Kino, ancora sconosciuto - entra in contatto con quello che era il reuccio della scena rock underground di Leningrado, Mike, e con la sua corte. Compresa la sua compagna, e madre di suo figlio, Natasha. È estate quando Mike, che riconosce il talento del ragazzo e i limiti del suo destino, lo prende sotto la sua protezione e fa lui da mentore, mentre Natasha e Viktor si fanno sempre più vicini, e Mike chiude gli occhi anche su questo.
Viktor, Mike, Natasha. Ma anche Punk, lo Scettico e tanti altri personaggi, ventenni che vivono nella venerazione di gente come Lou Reed, i Velvet Undergroud, i Doors, i Beatles, David Bowie, i T-Rex di Marc Bolan, perfino i Blondie di Debbie Harry. Ventenni che sognano di fare quello che i loro coetanei occidentali hanno fatto nei loro paesi dieci e più anni (e all’inizio, col suo bianco e nero, Leto gioca proprio con l’estetica degli anni Sessanta, evidenziando il ritardo dell’Unione Sovietica e dei suoi ragazzi) prima di loro, quando spinti dal rock, e suonando il rock, e vivendo in modo rock, hanno spostato il baricentro delle loro società.
Viktor, Mike e Natasha, invece, la società sovietica non la cambieranno, influiscono magari nelle vite e nel pensiero dei loro coetanei, ma la loro, di vita non riescono a cambiarla. I due vertici maschili del triangolo incapaci di conciliare il sentimento con la musica, lei incapace di fare una scelta difficile, e di trasgredire alle regole - tanto quelle del sentimento quando quelle della famiglia - come avrebbe desiderato.

A dispetto dei troppi minuti di durata (sono 126), che rendono un po’ estenuante la visione, Serebrennikov fa di Leto un film dove è costante il senso di compressione e oppressione, psicologica, prima che fisica, vissuta dai suoi protagonisti; dove è evidente il loro dibattersi dentro delle gabbie, intime e sociali, che nonostante tutte le botte e i colpi e le chitarre, non si aprono né si deformano. Un film dove tutta la forza vitale e rivoluzionaria del rock si fa sentire, sì, ma fino a un limite sottinteso ma evidente, e un po’ mortifero, che ne segna un confine invalicabile nel contesto di quegli anni, e di quel paese: e allora la vitalità, l’energia, la musica e l’amore vanno sempre di pari passo col dolore, con un dolore sordo e costante, con una coperta plumbea che incombe e che è pronta a smorzarne gli entusiasmi.
“Poteva succedere, ma non è successo,” dice sempre allo spettatore il personaggio dello Scettico, al termine delle parentesi da musical rock, sulle note di Bolan o di Iggy Pop, o di Bowie, girate in stile videoclip dei primi anni Ottanta, che mostrano appunto quella parte di sogno, e di rivoluzione, che è destinata a non realizzarsi.

Mai indulgente nei confronti dei personaggi o della storia, che tratta con il giusto calore ma anche con la necessaria oggettività, Serebrennikov lo è invece un po’ troppo con sé stesso, con quei vezzi formalisti che sono il marchio di fabbrica di troppo cinema russo, e che finiscono col rappresentare un filtro, e una barriera. Un’ulteriore sordina alla voglia di vita e di libertà e di rivoluzione dei suoi protagonisti: e bene, questo, loro non fa.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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