Sucker Punch - la recensione del film

22 marzo 2011
2.5 di 5

Il dubbio, per usare un eufemismo, era sorto in più di un’occasione. L’ultima, dopo la visione del pur decente Watchmen. Ma ora si è rotto ogni indugio: il cinema di Zack Snyder è un cinema puramente e complessamente adolescenziale.

Sucker Punch - la recensione del film

Sucker Punch - la recensione

Il dubbio, per usare un eufemismo, era sorto in più di un’occasione. L’ultima, dopo la visione del pur decente Watchmen. Ma ora si è rotto ogni indugio: il cinema di Zack Snyder è un cinema puramente e complessamente adolescenziale. Un cinema ormonale, disordinato, iperattivo e iperenergetico, conflittuale, irrisolto, bipolare, idealista.
Solo da un’idea (consapevolissima) di cinema di questo tipo poteva infatti nascere un film come Sucker Punch, progetto di smisurata ambizione e complessa architettura scenico-narrativa che però fa cadere anche il velo che oscurava il sorriso furbo e smaliziato del suo regista.

Tutto è sfacciato ed evidente, in Sucker Punch: dall’iperbarocco prologo dove si racconta con quel voyeurismo vagamente pornografico già visto in alcune scene di Watchmen una triste storia di sopruso e violenza, alla vicenda vera (?) e propria. Al succedersi nevrotico dei vari livelli di realtà/sogno in cui è calata la giovane protagonista: l’ospedale psichiatrico, il locale notturno con i suoi spettacoli di danza, il regno immaginifico della guerra.
Livelli trattati come quelli di un videogame, con sfide e gradi di difficoltà sempre crescenti, con sfondi e immaginari sempre diversi e affastellati – da quello oriental-marziale a quello fantasy, passando per il bellico e la fantascienza steampunk e non – che si succedono meccanicamente, senza però poter contare sul plus garantito dall’interattività video ludica.
Livelli all’interno dei quali si muove un gruppetto di protagoniste che sono il perfetto corrispettivo lolitico degli omaccioni icone gay rappresentati in 300: Emily Browning e compagnia sono acconciate come protagoniste di pruriginosi (ma virtualmente casti) hentai, tra broncetti, hotpants, body, tutine, costumini, pancini scoperti e chiappe in vista. All’ovvio scopo di titillare col sesso (sempre promesso e sempre negato, in un film dove ci si ammazza bellamente e si seduce col corpo ma le parolacce vengono censurate) le voglie nemmeno velatamente onanistiche del pubblico (under 20) di riferimento: al pari della violenza, dell’azione, dell’accenno di dramma, della colonna sonora rock.

Ma se il complesso visivo e iconografico del film, nel suo indubbio sfoggio di creatività e citazionismo, può affascinare prima di saturare nella sua ridondanza, è impossibile non riscontrare che ancora una volta Snyder pecca drammaticamente (volutamente?) sul versante emotivo ed emozionale. Non ci si voglia far credere, infatti, che il messaggio para-, neo- o post-femminista del film, o financo quello libertario, sia davvero da prendere sul serio: perché sarebbe offensivo.
Nel rapporto, mancante, tra superficie e contenuto, Sucker Punch è allora davvero un atto onanistico di fronte ad una foto su una rivista patinata, cui manca il lavoro profondo e persistente del  contatto, non solo tattile ma vero e perfino imperfetto, con un altro corpo.  
 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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