Suburra Recensione

Titolo originale: Suburra

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Suburra: recensione della crime story di Stefano Sollima

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Suburra: recensione della crime story di Stefano Sollima

Non sono i veri fatti di cronaca a rendere Suburra un argomento di discussione. Potevano esserlo prima dell'uscita del film nei cinema, perché i media cercano appigli con la realtà con la stessa foga con cui un neonato ha bisogno del ciuccio. L'uscita in libreria di qualche anno fa del libro di De Cataldo e Bonini da cui è tratto già precedeva i fatti criminali e corruttivi di Roma Capitale, venuti a galla successivamente. Suburra deve far parlare di sé per una cosa sola: il grande cinema che rappresenta, visivamente senza ombra di dubbio, e implicitamente raccontando una storia fruibile a livello locale e internazionale che valica i confini del suo stesso periodo storico.

Stefano Sollima possiede un sesto senso che non ha nulla di paranormale. Il suo è un senso per il cinema che emerge dalle immagini, riempite di autenticità, atmosfera, geometria visiva e grandi interpretazioni da parte degli attori che dirige. Suburra è una lezione per chi desidera capire quale sia il lavoro di un regista, è un’opera in cui si percepisce la presenza di una mente, di una mano che dirige il traffico artistico, una mano che esige e che nutre contemporaneamente. Si capisce che Sollima sia uno spettatore severo e come tale voglia fare film che superino indenni il suo giudizio. Ma oltre alla tecnica, le sue più grandi virtù sono la sensibilità e l’intelligenza con le quali dirige i suoi attori. Così di Suburra si discute anche di quanto l’intero cast sia riuscito a rendere memorabili i personaggi del film, tutti negativi. Pierfrancesco Favino, Elio Germano e Claudio Amendola, soprattutto quest’ultimo, mettono verità ed esperienza nelle rispettive personalità deviate che interpretano. Allo stesso modo bisogna applaudire Greta Scarano, Alessandro Borghi, Giulia Elettra Gorietti e Adamo Dionisi, altrettanto ottimi dovendo dar vita a personalità ancor più deviate.

La scena che introduce il politico Malgradi, interpretato da Favino, è sufficiente per capire la potenza di una messinscena che duplica la forza dei contenuti, senza piegarsi a un adattamento narrativo ma reinterpretandolo con gli stilemi propri del cinema di genere. E allora piove. Piove molto su questa Roma criminale dove regnano i peggiori rappresentanti della razza umana, ma la pioggia non “lava via le memorie dai marciapiedi della vita” come diceva Woody Allen. La metafora di Suburra è eloquente e opposta. La pioggia intasa i tombini che rigurgitano la melma e in questo senso il film ricorda il circolo vizioso al quale la razza umana è condannata: il male è passato, il male è presente, il male è futuro. L'avidità non ha estrazione sociale, non ha cultura, non ha sazietà e corre lungo un filo che unisce gli scranni del potere, dentro e fuori le istituzioni. Suburra racconta una Roma contemporanea, ma può essere quella antica o medievale e, soprattutto, può essere una qualunque altra città con i tombini otturati.

L’unica debolezza del film è la prevedibilità. La crime story che racconta crimini e corruzione innesca un’escalation di eventi non difficilmente anticipabili. La sceneggiatura dei luminari Rulli e Petraglia è tanto grandiosa nel saper asciugare personaggi e situazioni, quanto esile nei colpi di scena. Questo non è sufficiente in ogni caso a intaccare la visione di Suburra, un’esperienza cinematografica di alto valore tecnico/artistico e di grande impatto ancora troppo rara nel cinema italiano.

Suburra
Il trailer del film - HD
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Antonio Bracco
  • Giornalista cinematografico
  • Copywriter e autore di format TV/Web
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