Street Opera, recensione del documentario sull'hip hop italiano

16 ottobre 2015
2.5 di 5
13

Protagonisti Clementino, Gué Pequeno, Danno dei Colle der Fomento, Tormento e perfino Elio Germano in versione rapper.

Street Opera, recensione del documentario sull'hip hop italiano

“Il rap... chi lo ama e chi lo frega / io so' coatto come Mario Brega.”
No, non c'è il Piotta, all'anagrafe Tommaso Zanello, in questo Street Opera che si propone di fotografare storia e situazione dell'hip hop in Italia. Ci sono, invece, quattro personaggi che – nell'opinione del regista Haider Rashid – sono in grado di rendere complessità e sfumature della scena attuale, inclinazioni, correnti e stili.
Allora, andiamo dal romano Danno, storico MC dei Colle der Fomento, attivi sulla scena dai primi anni Novanta, fino al gangsta alla milanese Gué Pequeno e alle sue rime misogine e amorali, passando per il Tormento già leader dei Sottotono e il napoletano Clementino, “Pulcinella dell'hip hop.” A loro poi si aggiunge un quinto, inaspettato moschettiere nella persona di Elio Germano: che, oltre a fare l'attore, si diletta con la musica come paroliere e rapper delle Bestierare – con l'impegno politico che ci si può aspettare da uno come lui.

La politica, sì, come tema centrale e sottostante del mondo dell'hip hop; ma, come racconta Street Opera, una politica lontana se non antitetica a quella dei palazzi, ma quella fatta e vissuta nelle strade, nel quotidiano, come atteggiamento e reazione del singolo a quanto arriva dall'altro dei media e del “Sistema”.
Se c'è infatti un filo rosso in grado di unire le liriche di rapper tanto diversi l'uno dall'altro, è quello della contrapposizione del singolo alla massificazione e all'omologazione, che può farsi spinta all'indipendenza e al libero pensiero (Danno), voglia di unirsi in nuove forme d'aggregazione sociali orizzontali (Bestierare), rifugio in un edonismo estremo e sprezzante (Pequeno).
Questo, però, lo sapevamo forse già, e non serviva Street Opera a spiegarcelo ancora / ma per i rapper basta superare la paura / raccontare il loro mondo, con il flow improvvisare / raggiungere col film anche quelli che non li van mai a cercare / andare alle radici della musica e dell'uomo come fa Tormento / e come Clementino condensare il cammino in un momento.

Rime a parte, che si mantenga un'autonomia e una dignità che non regalerà mai il successo mainstream ma fa rimanere iscritti nel “Libro del rispetto” - come racconta Danno rivendicando l'aver sempre fatto “quel cazzo che volevo davvero” - , o che si diventi imprenditori di sé stesso glorificando il denaro e svilendo la donna come il Gué Pequeno che scimmiotta omologhi statunitensi con smalizata furbizia, Street Opera si fa comunque racconto senza pose o eccessivi ammiccamenti di una realtà che, per storia e cultura, attinge alle dinamiche più vibranti e dal basso della società, ritrasmettendole verso un alto che, non sempre, si dimostra capace di ascoltarle e comprenderle. Nel senso più ampio del temine.


Street Opera
Il trailer del film - HD


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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