Storie pazzesche - la recensione del film di Damián Szifron

18 maggio 2014
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Scelta coraggiosa, ma scommessa non vinta, quella di presentare in concorso a Cannes una black comedy grottesca e acida

Storie pazzesche - la recensione del film di Damián Szifron

Una commedia nera a episodi che, giocando con i toni del grottesco, dell'esagerazione e del paradosso, mette alla berlina le piccole e grandi meschinerie, sopraffazioni, menzogne e violenze della nostra società.
Se questa descrizione vi ricorda qualcosa, è perché nella gloriosa tradizione della commedia all'italiana la formula in questione ha riscosso grande successo. In Italia, di film così, non se ne fanno più; o, se si fanno, crollano schiacciati e polverizzati dal confronto con i loro modelli.
Ecco che allora è l'argentino Damian Szifron a mutuarla, per raccontare, nel contesto del suo paese, dinamiche che indubbiamente conosciamo molto bene nella loro universalità.

Dopo un veloce prologo scoppiettante e decisamente esplosivo, Relatos Salvajes inanella una serie di episodi che hanno come denominatore comune proprio gli elementi elencati sopra: sopraffazioni e voglia di riscatto, arroganze e violenze reciproche, ribellioni rispetto ad un sistema socio-economico che ha perso ogni ragionevolezza, egoismi e avidità, le menzogne e i ricatti.
Al grottesco, Szifron - che conta sulla produzione dei fratelli Almodovar, e qui e là si vede - associa spesso e volentieri l'assurdo, raccontando storielle indubbiamente fantasiose e capaci di centrare questioni immediatamente riconoscibili nel quotidiano di ognuno di noi, a dispetto della loro iperbolicità.

Il giochino del film, però, è penalizzato da qualche ambizione di troppo, e da una prolissità che non lo rende, a lungo andare, in grado di tenere viva l'attenzione dello spettatore.
Suo malgrado, quello di Szifron è un film in calando fin dal suo inizio, che propone episodi sempre più lunghi e sempre più vogliosi di mostrare le abilità del regista dietro la macchina da presa e la sua inventiva che di esaltare una dialettica problematica e costruttiva tra i suoi temi e gli spettatori.

Se l'argentino cercava l'identificazione fastidiosa e caustica, la reale messa in discussione dei modi e dei modelli del presente, forse avrebbe dovuto parlare meno di Amazing Stories di Spielberg e ripassare di più il lavoro dei Sordi e dei Tognazzi dell'epoca d'oro della commedia all'italiana, o quello di uno scrittore di racconti dirompente come Etgar Keret.
Senza questo lavoro, il suo Relatos Salvajes garantisce qualche risata, si lascia ammirare per alcune trovate ma, alla lunga, perde mordente, efficacia e fa il solletico invece di graffiare.





  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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