Stoker - la recensione del film di Park Chan-Wook con Nicole Kidman

12 giugno 2013
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Chi si è fermato a Oldboy, e alla sua superficie, resterà di sasso di fronte a Stoker.

Stoker - la recensione del film di Park Chan-Wook con Nicole Kidman

Altro che vendette, rabbia e violenza. Chi si è fermato a Oldboy, e alla sua superficie, resterà di sasso di fronte a Stoker, a un film astratto e colto, vampirico ben più di tanti analoghi coi canini appuntiti, languido e impregnato di un sangue invisibile e metaforico ma pervasivo.
Sfida Hollywood dal di dentro, Park Chan-Wook, sovvertendo canoni e aspettative, giocando con lo spettatore, ingannandolo e depistandolo per poi spiazzarlo con un finale beffardo e immorale che ribalta il senso di quanto aveva anticipato all’inizio della sua storia.

“I'm not formed by things that are of myself alone”, “non sono fatta solamente di me stessa”, annuncia l’India di Mia Wasikowska nell'incipit/conclusione del film, preannunciando la storia di una maturazione che è ricerca identitaria che passa attraverso l’accettazione di quel che siamo nostro malgrado o che siamo inclini a ricevere per passione e pulsione emotiva.
In un film che parla della seduzione lasciva e sensuale del Male, India è la Mina Harker che cede progressivamente al fascino dello zio misterioso e magnetico, vampiro in senso lato eppure purissimo, ne fa proprie la personalità e l’eredità per poi affrancarsene acquistando una libertà figlia della consapevolezza della propria natura da un lato, della propria cultura dall’altro..
Un processo lento, uno stillicidio d’emozioni, fatto di brusche interruzioni, di tagli e sospensioni; una goccia testarda e implacabile che colpisce sempre nello stesso punto con regolarità, sgretolando con sangue e nel sangue il bozzolo di India, facendo nascere dalla ragazza controllata e involuta una farfalla libera e liberamente perversa.

Sfacciato nella messa in scena di questo felicemente depravato romanzo di formazione, Park attualizza il gotico nel contesto di una splendida villa, moderna e antica al tempo stesso, richiamando nel decor, nella profusione degli intensi colori pastello come nei costumi e nelle atmosfere la purezza intensa dei sentimenti e delle passioni del melò degli anni Cinquanta, ammantandolo però dell’algidità torbide del cinema hitchcockiano fatto di doppi, ambiguità, dettagli, sguardi che spiano, s’incrociano, si nascondono, s’incontrano e accavallano.
Tanto più Stoker si abbandona al piacere di una forma raffinatissima ed evocativa, ma mai leziosa, tanto più il triangolo formato da India, la madre Evelyn e lo zio Charlie (che pare ispirato a quello inziale di Lolita) va perdendo la sua equilibrata rigidità geometrica e si appiattisce sulla dialettica morbosa ma controllatissima tra due soli vertici.
Come l’intreccio tra gli archi appassionati e morbidi di Clint Mansell e il piano cristallino e ossessivo di Philip Glass che compongono la bellissima colonna sonora, Stoker è un film che tiene le redini tiratissime fino all’ultimo, controlla senza sbavature la potenza e la passione, e che perfino quando si lascia andare a briglia sciolta lo fa senza mai dimenticare l’eleganza dell’andatura e l’equilibrio fra le parti.

In Stoker, cinema libero e libertino, Park abbraccia il peso di Hollywood piegandolo alle sue esigenze, per essere più adulto e più libero: dagli obblighi, dalla morale, dalle stesse sirene che lo hanno sedotto ma che non lo hanno reso schiavo e vittima. Come India, si veste di quel che decide di prendere e si libera di ogni zavorra e guarda con spirito sempre più consapevole e disincantato al futuro che lo aspetta.

 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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