Steve McQueen: una vita spericolata, recensione del documentario sul grande attore e la lavorazione de La 24 ore di Le Mans

09 novembre 2015
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Il film più personale di McQueen, un momento di sintesi e catastrofe nella sua vita e nella sua carriera.

Steve McQueen: una vita spericolata, recensione del documentario sul grande attore e la lavorazione de La 24 ore di Le Mans

Nella filmografia di Steve McQueen, La 24 ore di Le Mans occupa un posto particolare.
Nonostante non sia mai stato - né artisticamente né come popolarità - pari a titoli che lo hanno preceduto (come Bullit) o seguito (come Getaway), la storia produttiva del film, il suo essere un atto d'amore incondizionato per lo sport automobilistico e la passione sincera con cui ha ritratto con straordinaria autenticità il mondo delle corse, lo hanno reso comunque un oggetto di particolare culto.
Non sorprende quindi che il ritrovamento di numerose ore di girato che si credevano perdute abbia portato alla realizzazione di un documentario che ne ripercorre la travagliata vicenda produttiva.
Né sorprende, ovviamente, che al centro di tutto ci siano la personalità e la figura di Steve McQueen, capace di dominare ogni film in cui è apparso, e concentrare su di sé gli sguardi degli spettatori e dei fan.
Steve McQueen: una vita spericolata, però, ha ambizioni più alte, e più complesse. Il documentario di Gabriel Clarke e John McKenna si propone infatti di raccontare e dimostrare come, tanto nella vita quanto nella carriera dell'attore, La 24 ore di Le Mans sia stato uno spartiacque, un punto di sintesi e catastrofe professionale ed esistenziale che portò “il re del cool” cambiare qualcosa di più profondo di un matrimonio, della passione per le corse, del rapporto con suo lavoro.

Quando volle imbarcarsi in un'operazione rischiosa e vagamente folle, McQueen era all'apice della sua celebrità, forte del micidiale uno-due composto da Il caso Thomas Crown e Bullit, e stava toccando con mano il sogno di essere in totale controllo (attraverso la sua Solar Productions) dei film nei quali recitava. Era sposato con Neile Adams, aveva comunque un sacco di donne, trattava alla pari (o quasi) coi potenti di Hollywood. Ma, ci ricorda il documentario, era anche scampato da una manciata di mesi, per puro caso, alla strage di Cielo Drive; e si ritrovò comunque in una lista di celebrità che Charles Manson aveva programmato di uccidere.
Il senso di allerta e paranoia causato da questi ultimi eventi ha sicuramente giocato un ruolo non indifferente nella sfrontatezza con la quale l'attore s'imbarcò nel progetto di un film che voleva lontano dagli stereotipi hollywoodiani (anche quelli che lo riguardavano) a tal punto da girare per diverse settimane senza un copione, abbandonandosi con leggera incoscienza all'estasi della velolcità, nascondendosi nelle frequentazioni coi piloti, sublimando nell'essere attore la sua ambizione di essere un professionista dell'automobilismo.

Di qui, la purezza di un film di culto per gli appassionati di motori, ma anche una serie di nevrosi in seguito alle quali Steve McQueen perse tutto. Perse un regista come John Sturges, che aveva inizialmente accettato la regia; lo sceneggiatore dei suoi precedenti successi Alan Trustman (che non lavorerà più nel cinema dopo gli screzi con l'attore); un matrimonio che in Francia, a Le Mans, s'incrinò definitivamente; il controllo su quello che avrebbe dovuto avere sul suo film, e l'illusione di poter lavorare da anarchico protagonista dentro le logiche hollywoodiane.

Nonostante alcune - forse inevitabili - scivolare retoriche, e qualche presunzione analitica di troppo, il lavoro di Clarke e McKenna restituisce bene la sensazione di esaltazione e disillusione che ha pervaso il set de La 24 ore di Le Mans, l'enorme carico di umanità e passione infuso al progetto da un McQueen che, così facendo, si ritrovò più vulnerabile che mai, e anche molto più solo.
Non venne spezzato, da quell'esperienza, ma di certo ne uscì cambiato.
Cambiato nella passione per le corse e la velocità, che dopo quel film sembrava per lui qualcosa di legato al passato, ma che contagiò il figlio Chad – che quel set lo visse di persona – a tal punto da segnarne sorti che lo videro pagare il prezzo mai pagato dal padre.
Cambiato nei confronti della vita, più che del lavoro, con un abbandono che, in qualche modo, sembrava voler anticipare il tumore che lo uccise dieci anni dopo. E che, suggerisce Steve McQueen: una vita spericolata con una didascalia finale di dubbio gusto, proprio nella passione per le auto e negli stress di quel film può aver trovato origine.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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