Stardust: la recensione

16 ottobre 2020
2.5 di 5

Il racconto del viaggio on the road effettuato nel 1971 dal 24enne David Bowie, ancora artista insicuro e alle prese con demoni personali, che gli avrebbe permesso di trovare ispirazione e coraggio per trasformarsi in Ziggy Stardust.

Stardust: la recensione

David Bowie che vuole diventare una star. David Bowie che invidia Marc Bolan, e quando Bolan gli offre un acido a un party, per “liberare la sua mente a aiutarlo a scrivere meglio”, la moglie Angie va su tutte le furie gridando che David non ha bisogno di acidi, David è un artista!
David che parte per gli States per promuovere "The Man Who Sold the World" (il suo terzo album, quello "sulla follia"), ma che oltreoceano non trova nessuna America, né il sé stesso che gli è sempre sfuggito, che è sempre stato composto da mille voci e mille frammma trova invece - il viaggio è sempre formazione, lo sappiamo - il coraggio per annullarsi dentro Ziggy Stardust.
E se il coraggio gli mancava, era perché nella sua famiglia serpeggiava un “seme cattivo”, quello della schizofrenia, che aveva costretto tre zie e un fratello (fratellastro) in ospedale psichiatrico. E il terrore di fare la stessa fine paralizzava la sua straordinaria capacità creativa e trasformista, e un talento capace di fondere insieme musica, teatro, moda e arte che lo ha fatto affermare come una delle figure più influenti nel mondo dell’arte e della cultura pop degli ultimi cinquant’anni.

Un cartello posto all’inizio di Stardust avverte che gli eventi che saranno raccontati nel film sono frutto (quasi interamente) di fantasia del viaggio americano fatto da un 24enne David Bowie nel 1971.
Duncan Jones, che di Bowie è il figlio, e nel film che si vede - si fa per dire - ancora nel pancione di mamma Angie, ha pubblicamente dichiarato che Stardust non è un film biografico sul padre, e che né lui né la sua famiglia hanno avuto alcun coinvolgimento nella sua realizzazione.
Questo per dire che i più maniacali fan di Bowie potrebbero vedere in Stardust una lunga serie di inesattezze, o di verità non ufficiali, o di licenze poetiche più o meno condivisibili. Il cinema, d’altronde, permette anche di tradire, e spesso il tradimento è qualcosa di positivo e di fecondo dal punto di vista artistico. Spesso, ma non sempre.
Che qui molte cose siano semplificate o, al contrario, forse, inutilmente complicate; che non si parli affatto di "Hunky Dory", che è il disco scritto e registrato da Bowie tra “The Man Who Sold the World” e “The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars”; perfino che le musiche di Bowie siano curiosamente - ma nemmeno troppo - assenti: sono problemi tutto sommato di scarsa rilevanza.
Il punto, parlando di Stardust, è che si tratta di un film capace di essere tutto quello che David Bowie non è mai stato, nemmeno nella fase iniziale della sua carriera: e cioè piatto, ripetivo, scontato.
Privo di un qualsiasi riflesso dell'energia irriverente, provocatoria e liberatoria di un personaggio geniale.
L’intero film ruota attorno a un passaggio da A a B. Parla cioè, del viaggio di trasformazione che permette David di trasformarsi in Ziggy, e quindi a Bowie di diventare pienamente Bowie. Un passaggio semplice e complicatissimo al tempo stesso, che avrebbe meritato qualcosa di più del reiterato racconto di un artista incartato su sé stesso, e di una serie di scene che si susseguono in cui un protagonista sbatte sempre contro il medesimo muro e si ritrova sempre allo stesso punto di partenza, per poi compiere il passo evolutivo cruciale del suo percorso in un battito di ciglia, o quasi. Ma sempre in assenza di una qualsivoglia forma di introspezione, o di forza creativa e rivoluzionaria, latente o meno.

Sarà perché è un film on the road, e racconta del viaggio di un artista problematico e di un suo accompagnatore, ma Stardust mi ha ricordato molto The End of the Tour, che raccontava invece David Foster Wallace. Un altro film non particolarmente memorabile, che però aveva dalla sua la costruzione di una dinamica interessante tra Wallace e il giornalista David Lipsky.
Qui il povero addetto stampa Ron Oberman, compagno di viaggio di Bowie, peraltro interpretato da un attore molto più vecchio di quanto non fosse Oberman ai tempi, è poco più di una spalla, e di certo non risulta credibile come colui che fu capace, come insinua Stardust, di innescare in Bowie la scintilla della liberazione dai suoi demoni e delle sue magiche trasformazioni.

Stardust
Clip Ufficiale del Film - HD


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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