Star Trek - recensione del film diretto da J.J. Abrams

07 maggio 2009

Azione, divertimento e sentimenti mescolati con sapienza in un film che soddisferà i trekkers più accaniti tanto quanto i neofiti della serie creata da Gene Roddenberry. J.J. Abrams è una volpe dello show-business e dell'arte dell'intrattenimento, e lo dimostra ancora una volta.

Star Trek - recensione del film diretto da J.J. Abrams

Star Trek - recensione

Lo Star Trek di J.J. Abrams (uno dei pochi film a meritare pienamente la definizione di rebooting) rappresenta forse meglio di tanti altri film usciti di recente la quintessenza di quello che oggi s'intende (Hollywood, intende) con termini come “intrattenimento” e “blockbuster”. Due ore e rotti minuti dal ritmo forsennato ed avvincente (ma mai frastornante), dove l'azione la fa da padrona ma lascia sempre spazio, tra un beat e l'altro, ad attentamente circostanziate variazioni di tono che conducono ora in territori umoristici, ora in altri dove sono i sentimenti e le psicologie dei protagonisti a farla da padrone. Insomma: grande spettacolarità, contenuti sì, ma fino a un certo punto. Il tutto mescolato tanto sapientemente da far quasi dimenticare che tra gli spazi di, e sotto, questa struttura – che riguarda tanto la scrittura quanto la realizzazione e l’aspetto visivo – in fondo c’è ben poco. Ma quel poco che c’è nasce non tanto dalla traduzione o dall'interpretazione diretta di materiale effettivamente presente, quanto dall’inconsapevole cooperazione interpretativa dello spettatore, stimolata ad arte dagli indizi disseminati dal regista lungo il suo percorso.

Abrams è furbo di tre cotte, e dannatamente in gamba: dichiaratamente non nasce trekker, e di questo fa la forza sua e del suo film. Nello stratagemma – per lui consueto – dello stravolgimento spazio-temporale trova la chiave formale ideale per partire dall’immaginario sedimentato della serie e dei personaggi e declinarlo con una libertà che non manca mai di rispetto e soddisfa anche i più integralisti, rifuggendo dalle malizie postmoderniste più smaccate e scontate. I “nuovi” Kirk e Spock non sono solo i “vecchi” riveduti e aggiornati, ma ne sono la versione 2.0: uguali a loro stessi ma implementati, allargati, migliorati grazie all’innesto di tutto il patrimonio culturale non trekkiano che il film porta evidentemente con sé.

Abrams cita fra le righe e non  i “rivali” di Star Wars, l’immaginario cinematografico in senso ampio, sé stesso e i suoi lavori, persino serie televisive apparentemente slegate dal film come The Big Bang Theory attraverso uno Spock che pare a tratti rifare il verso ad uno Sheldon Cooper a sua volta modellato sul personaggio originale di Nimoy. Dissemina il suo film di puntini, lascia intuire l’ovvietà della figura, ma non arriva mai fino in fondo nell'esplicitazione, permettendo a chi guarda l’inconscia ma concretissima soddisfazione di unirli con dei tratti mentali facili e intuitivi. E ha l’intelligenza di capire che il mondo delle Storie, oggi, compresa la Storia di Star Trek, va compreso e riproposto attraverso una forma e un linguaggio che supera la tradizionale natura bi- o tridimensionale dello spazio e dei suoi riferimenti, ma che il rimescolamento va effettuato secondo modalità molto più ampie e complesse, pluridimensionali, fatte di wormholes e, appunto, buchi neri.

Facendo perdere il suo spettatore in questo labirinto, Abrams consente di far dimenticare come – da un punto di vista strettamente “tradizionale” – il suo film sia basato su pochissimi assunti propri e originali. E a colpire di più, a mente fredda, di un film comunque ad altissimi livelli riguardo l’entertainment puro e semplice, è la consapevolezza smaccata e rilassata dimostrata dal suo autore nel giocare smalizatamente con tutti questi non banali meccanismi.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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