Stanno tutti bene - recensione del film con Robert De Niro

11 novembre 2010
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Nel cinema contemporaneo dei remake capita anche che sia un film italiano di 20 anni fa ad essere rifatto ad Hollywood. Stanno tutti bene è infatti un adattamento del film omonimo di Giuseppe Tornatore

Stanno tutti bene - recensione del film con Robert De Niro

Stanno tutti bene - recensione del film con Robert De Niro

Nel cinema contemporaneo dei remake capita anche che sia un film italiano di 20 anni fa ad essere rifatto ad Hollywood. Stanno tutti bene è infatti un adattamento del film omonimo di Giuseppe Tornatore, che tra l’altro all’epoca fu un discreto flop dopo i successi e l’Oscar per Nuovo Cinema Paradiso. Se lì c’era un Marcello Mastroianni anziano e dolente qui tocca a Robert De Niro che si prende una pausa dai suoi successi comici ma non dalle sue smorfie, che rimangono la cifra principale di un attore involuto in maniera proporzionale ai successi al botteghino delle sue performance comiche degli ultimi anni.

Ma come detto qui si ride poco, anzi il film, piuttosto fedele all’originale, è proprio un caso da manuale di family movie: costruito per farci commuovere e coinvolgere dalle vicende di un uomo anziano, malato e da poco vedovo, che visto che i figli non lo vengono a trovare decide di partire, via treno e in pullman, e girare gli Stati Uniti per fare una sorpresa a ciascuno di loro. Scoprirà presto che gli nascondono tutti qualcosa, che non tutti hanno avuto così successo nella vita e che la moglie era stata sempre un filtro che depurava dalle cattive notizie e faceva filtrare solo quelle buone. Il motivo? Il nostro protagonista è sempre stato molto esigente e ha inciso profondamente nell’infelicità dei figli.

Ma naturalmente il film non cerca di scardinare e problematizzare i danni che può fare un padre nei confronti dei propri figli, ma cerca invece di conciliare in maniera prevedibile e retorica ogni contrasto. La regia di Kirk Jones (suoi Svegliati Ned e il primo Tata Matilda) è accessoria. Qui conta De Niro, onnipresente, che anche tentando di lavorare in sottrazione finisce per giggioneggiare oramai disperatamente ancorato ad una recitazione facciale quasi involontaria. Il resto del cast è sicuramente di livello, da Sam Rockwell a Drew Barrymore, da Kate Beckinsale a Melissa Leo. Vanno sottolineati i contributi della colonna sonora (alla Morricone) del nostro premio Oscar Dario Marianelli e una canzone, (I Want To) Come Home scritta appositamente da Paul McCartney.

Se il protagonista per anni ha rivestito i fili del telefono, facilitando milioni di conversazioni, diffondendo notizie belle o brutte, nella metafora fin troppo sbattuta in faccia del film sarà ora lui in prima persona a mettersi in marcia, a vivere in prima persona una storia, a unire vite e difficoltà, quelle dei propri figli, per scoprire che ha vissuto per anni dietro un velo di bugie a fin di bene, cercando di fare i conti con i propri errori di padre e poter dire idealmente alla moglie, con un'altra menzogna, che stanno tutti bene.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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