St. Vincent - la recensione del film con Bill Murray

26 novembre 2014
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Un esordio delicato impreziosito dall'interpretazione dell'attore.

St. Vincent - la recensione del film con Bill Murray

Deve essere il sogno di molti giovani registi quello di avere Bill Murray come protagonista di un loro film. E quando il sogno si realizza e lui accetta di interpretare un'opera prima deve essere come aver vinto la lotteria. Ma il rovescio della medaglia (ce n'è sempre uno) è che un attore così carismatico e irresistibile si impadronisce del film a tal punto che non puoi fare a meno di pensare a cosa sarebbe stato senza di lui. Non si riesce a immaginare, ad esempio, il pur gradevole St. Vincent con un altro attore (tranne forse, il Walter Matthau di E io mi gioco la bambina).

Ma, a volte, saper dirigere bravi attori in quello che sanno far meglio basta a supportare una sceneggiatura non originalissima. Non si può dire che sia stato un debutto da poco, quello del premiato regista pubblicitario Theodor Melfi, che, portando sul grande schermo con un budget modesto (13 milioni di dollari) una storia che nasce da uno spunto personale, ha avuto la tenacia e la fortuna di aggiudicarsi il meglio sul mercato: oltre a un protagonista come Murray, ha potuto contare sui fratelli Weinstein come produttori e su un cast composto da attori noti e bravissimi come Naomi Watts, Melissa McCarthy, Chris O'Dowd e Terrence Howard.

Girato nella Brooklyn di Sheepshead Bay, quella un po' decadente e low-class che al cinema non vediamo spesso, St. Vincent racconta l'insolita amicizia che nasce tra un ragazzino adottato gracile ma intelligente e un uomo anziano e scorbutico che vive da solo in un caos morale e materiale, che scommette (e perde) alle corse dei cavalli e frequenta carnalmente una lap dancer/prostituta incinta. I due si conoscono quando il ragazzo si trasferisce con la madre adottiva – che cerca di sottrarlo alle pretese di affidamento esclusivo del padre ricco e fedifrago - nella casa vicina a quella dell'uomo. Con un nuovo lavoro full time come radiologa, la donna – che ha iscritto il figlio, ebreo, in una scuola cattolica privata aperta e tollerante – lo affida allo strano, inaffidabile babysitter, la cui vicinanza avrà una determinante influenza sul ragazzo e da cui l'uomo, alla fine, avrà più di quanto avesse mai creduto di meritare.

Alla storia, dicevamo, non manca nessuno dei cliché del genere “gente comune” affrontato spesso da certo cinema indipendente, a partire da una pittoresca famiglia surrogata composta da un “nonno” brontolone ma dal cuore d'oro, da una concreta e volgare prostituta russa (un ruolo rischioso, affidato per fortuna a un'attrice del talento di Naomi Watts), da un preadolescente in grado di trarre le giuste conseguenze anche dalle lezioni sbagliate degli adulti e da una mamma apprensiva ma incasinata (una Melissa McCarthy di rara naturalezza).

Melfi usa senza paura luoghi comuni cinematografici come l'improvvisa invalidità del protagonista, la scoperta del suo passato segreto e un commovente e un po' facile happy ending. In fondo sa che a dare garbo, simpatia, credibilità, umanità, profondità e leggerezza a questa storia sarà qualcuno in grado di portare sulle spalle come un manto regale anche una vecchia coperta strappata. Ed è per questo che vale la pena di vedere il film. Basterebbero anche soltanto i titoli di coda con l'attore che, con le cuffie in testa, canta “Shelter from the Storm” di Bob Dylan mentre si ostina a innaffiare una piantina morta, o il momento bellissimo in cui balla, dimentico di sé e del presente, al suono della meravigliosa "Somebody to Love" dei Jefferson Airplane.

Perché di Bill Murray ce n'è uno e tutti gli altri, almeno una volta nella vita, vorrebbero esserlo.

 



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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