Spira Mirabilis: recensione del documentario di D'Anolfi e Parente in concorso al Festival di Venezia 2016

04 settembre 2016
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Un'opera affascinante ma fredda e intransigente, che forse chiede troppo a sé stessa e ai suoi spettatori.

Spira Mirabilis: recensione del documentario di D'Anolfi e Parente in concorso al Festival di Venezia 2016

«Simbolo di perfezione e di infinito, “la spirale meravigliosa”, Spira mirabilis come venne definita dal matematico Jackob Bernoulli, è una spirale logaritmica il cui raggio cresce ruotando e la cui curva si "avvolge" intorno al polo senza però raggiungerlo. Abbiamo preso a prestito questo simbolo per raccontare la sfida massima di ogni essere umano: vivere oltre la propria mortalità pur accentandola come dimensione ineluttabile.»
Così scrivono Massimo D'Anolfi e Martina Parenti sul pressbook del loro film, che di quella spirale ha anche la struttura e l'andamento, che circola lentamente attorno alle sue storie e al suo racconto, con mistero, per poi arrivare al cuore del discorso solo negli ultimi minuti.

L'ostinazione dei registi nel rispecchiare nella struttura di Spira mirabilis il suo contenuto è la prima e più evidente spia di un lavoro tutto di testa, forse troppo, che si percepisce costantemente come fortemente e intellettualmente costruito.
Ricco di spunti e di elementi e personaggi affascinanti, il film del duo milanese è ben più freddo e cerebrale di quelli di altri autori del "cinema del reale italiano", come Pietro Marcello o Gianfranco Rosi, dotato di uno sguardo meno curioso e passionale di quella di un filosofo esploratore come Herzog. È più rigoroso, ai limiti della rigidezza.
Per questo, lo sforzo di attenzione e pazienza richiesto per comprendere le connessioni  tra le storie che racconta (quelle di uno scienziato giapponese alle prese con delle piccole meduse; di indiani americani di Wounded Knee; di due fabbricanti di percussioni in metallo di Berna; dei lavori di ristrutturazione del Duomo di Milano; tutte intervallate con letture di Borges da parte di Marina Vlady) è forse eccessivo.

Eccessiva è anche la durata di 121 minuti, e alcuni dei collegamenti tra i personaggi e i racconti sono troppo forzati da un impalcatura teorica molto ambiziosa.
Quando però Spira mirabilis inizia a stringere le fila delle sue esplorazioni e delle sue speculazioni, quando lo sguardo si concentra sugli obiettivi e l'attenzione sul cuore di ciò che gli preme (il rapporto dell'uomo con i limiti del tempo e dell'esistenza), il film acquista un calore fino a quel momento raggelato da una serie di belle immagini evocative ma spesso troppo slegate, o ermetiche.
Commuove scoprire quale sia l'utilizzo che faranno del loro strumento i due artigiani costruttori degli steel pan, affascina e inebria quando Shin Kubota illustra i suoi studi (per non parlare poi quando, al termine del suo discorso accademico, intona la canzoncina infantile che ha scritto e che parla delle sue meduse.).
Meno centrata e un po' pretestuosa è la storyline degli indiani d'america, poco amalgamata col resto, mentre la parte relativa al Duomo sconta l'essere un riciclo del precedente L'infinita fabbrica del Duomo: anche se, in realtà, è stato il contrario.

Spira Mirabilis
Il teaser trailer del film - HD


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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