Soul: la recensione del film Pixar

15 ottobre 2020
4.5 di 5
17

Torna Pete Docter alla regia di Soul, il film dove la Pixar riassume se stessa e vola altissima: ecco la nostra recensione.

Soul: la recensione del film Pixar

Il quarantenne Joe Gardner ha una buona ragione per voler tornare indietro dall’aldilà: sta morendo per una caduta in un tombino, proprio a un passo dalla sua consacrazione musicale di jazzista, mancata la quale non gli rimarrà che ripiegare sul posto fisso da insegnante di musica che sua madre vuole accetti. Quando per un equivoco viene assegnato come mentore a un’anima ribelle che proprio non vuole saperne del mondo e di nascere, intravede un escamotage…

Chi abbia amato Monsters & Co, Up e Inside Out di Pete Docter, attenderà Soul con una trepidazione che condividiamo in pieno: è bene tuttavia ricordare che oltre all’autore Docter, c’è quella miracolosa autorialità collettiva che si chiama Pixar, di cui non a caso lo stesso Docter si è trovato direttore creativo. Mai come con Soul sembrano simbolicamente frullate e riproposte, per giunta con freschezza, le tematiche che attraversano la creatività in quel di Emeryville da venticinque anni. Ricordate “Questo non è volare, è cadere con stile!” di Buzz in Toy Story? Joe, il protagonista di Soul, è uno che sogna di volare e il “cadere con stile” non riesce ad accettarlo affatto: è incalcolabile il bene che ha fatto la Pixar agli spettatori nel rendere centrale quest’etica, che non va mai confusa con uno sconfitto elogio della mediocrità. Joe, come molti personaggi pixariani, parte in realtà più mediocre di quanto pensi, e la svolta avviene quando impara a pensare fuori dagli schemi: il percorso verso questo allargamento di orizzonte è incarnato da questi umili eroi, però finisce pure per modificare uno status quo insufficiente alla complessità dell’esperienza umana. L’esperienza del singolo apre gli occhi degli altri: la fiaba diventa epica. In Monsters & Co la paura non bastava più, in Up una casa non bastava per elaborare il lutto, in Inside Out una felicità perenne era impotente ad assicurare equilibrio alla vita. In Soul, il discorso è esponenzialmente più complesso, di coraggio difficile da descrivere, perché se finora la Pixar aveva usato la sua arte per raccontarci la vita, ora la usa per discutere dell’arte stessa.

E lo fa con un film sbalorditivo sul controllo del piano formale, forse più dello stesso Inside Out, perché Docter e la sua squadra giustappongono la realtà di Joe con la fantasia grafica dell’aldilà. Nella prima cercano di tenere sotto controllo gli eccessi di stilizzazione cartoon (la fotografia è realistica, ma anche la dialettica cinematografica è quella di una normale commedia in live action). Nella dimensione surreale dell’aldilà-limbo si abbandonano invece a sfide grafiche sofisticate, come gli impiegati “Jerry”, che sembrano una versione tridimensionale del Mr. Linea di Osvaldo Cavandoli. Docter esce perfino dalla proverbiale “comfort zone”, tirando in gioco per le musiche la coppia Trent Reznor – Atticus Ross, ottenendo specialmente nell’aldilà sonorità ipnotiche (e vagamente inquietanti) mai azzardate prima dalla Pixar.

Tutto questo, si diceva, è al servizio di un messaggio più chiaro di quanto possa sembrare, nei mille spunti che la sceneggiatura offre: se Inside Out attaccava il culto della felicità ottusa, Soul attacca il culto dell’accanimento, dell’identificarsi con un’ossessione, il chiodo fisso che nelle tante “storie di successo” sembra la chiave per raggiungere l’appagamento e non scoprirsi - orrore - “perdenti” a quarant’anni. Nel contesto, la satira sui mentori, pur indiscutibilmente illustri, è di un’intelligenza abbagliante. Soul ci dice che adottare la strategia dell’ossessione per l’arte non porta a nessun coronamento della propria esistenza: l’arte è proprio un’altra cosa e, senza alcuna remora e con un entusiasmo davanti al quale emettere giudizi da recensione suona quasi offensivo, gli autori di Soul propongono che la nostra stessa esistenza lo sia, a patto di avere la forza di accorgersene. Soul intrattiene e sospende il tempo come tanti grandi film sanno fare, non per imporre sermoni, quanto per condividere con lo spettatore un percorso di riflessione e scoperta, artistica ed esistenziale (appunto, non c’è differenza). Se non si è d’accordo, si può comunque apprezzare la sincerità contagiosa della condivisione.

Probabilmente chi trovò Inside Out troppo contorto e programmatico, più cerebrale che emotivo, non sarà esaltato come noi, che invece non solo amiamo al di là della ragione il precedente film di Docter, ma lo consideriamo quasi un “primo atto” di un discorso che prosegue in Soul, concentrato su un’età differente. Se proprio volessimo mantenerci severi, a volte in Soul l’emozione si sgancia quando gli autori devono spiegarci il funzionamento del loro mondo di fantasia, e lo svolgimento della storia non è di certo il trionfo dell’imprevedibilità. Attenti però: cercando per principio la critica per contestare chi griderà al capolavoro, rischiate di non notare che Docter e i suoi tra una gag e l’altra, in una tenerezza che profuma di Frank Capra, parlano di morte, destino, aspirazioni, frustrazioni, legami familiari, tempo che passa (come al solito, per la Pixar), stupore, assenze. Usano persino un espediente narrativo già visto come uno degli ingranaggi del tutto, quando altri ci costruirebbero un film intero. E creano da zero un limbo-aldilà miscelando convenzioni religiose e satira aziendale. Come autori di questa recensione, già ci sentiamo in colpa per quelle due-righe-due di critica.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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